parallels

— editrice

Indimenticabile Generale

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Supermercato

Le scrivo con la deferenza che si deve a chi, in quasi quarant’anni di carriera, ha attraversato Somalia, Ruanda, Bosnia, Iraq, Afghanistan e Libia senza mai perdere la capacità di raccontare se stesso come se fosse il proprio principale teatro operativo. È un talento raro. C’è chi attraversa la storia e chi attraversa soprattutto la propria biografia. Lei appartiene alla seconda categoria, e bisogna riconoscerLe una costanza ammirevole: tre lauree, missioni internazionali, incarichi prestigiosi, decorazioni. Tutto viene ricordato con una precisione quasi notarile, come se ogni intervista fosse una commissione d’esame e ogni cittadino un professore ancora da convincere.

Le scrivo per ringraziarLa. Non per quello che dice, ma per quello che rappresenta. Lei è probabilmente il prodotto politico più riuscito degli ultimi anni. Non il migliore: il più riuscito. C’è una differenza sostanziale. Il migliore convince per la qualità. Il prodotto riuscito convince per il marketing. L’economia lo insegna da sempre: quando il valore non basta, si lavora sulla confezione; quando la confezione non basta, si abbassa il prezzo; quando nemmeno il prezzo basta, si crea l’urgenza. “Solo per oggi.” “Ultimi pezzi.” “Offerta imperdibile.” Lei è stato confezionato esattamente così. Prima il libro che nessuno avrebbe potuto leggere e che tutti hanno comprato; poi la censura che Le ha regalato più pubblicità di qualsiasi ufficio stampa; poi la rimozione dall’incarico trasformata in persecuzione; poi Bruxelles; ora il partito. Ogni polemica ha aumentato il valore del marchio. Non perché dicesse qualcosa di nuovo, ma perché il mercato contemporaneo non premia più la novità: premia la riconoscibilità del marchio.

Mi è tornata in mente una frase di Giulio Tremonti che, durante la crisi finanziaria, disse che era “come un videogioco, compare un mostro, lo combatti, lo vinci, ti rilassi e subito spunta un altro mostro più forte del primo”, salvo poi ricordarsi della differenza fondamentale: purtroppo non siamo in un videogioco e, quando sbagli, non hai una vita di riserva. Guardando il Suo ultimo video ho avuto la sensazione opposta. Che Lei abbia finito per scambiare il videogioco per la realtà. L’armatura da gladiatore, il mantello, la mascella serrata, lo sguardo verso un orizzonte che il montaggio vorrebbe epico e che io continuo ostinatamente a immaginare oltre il parcheggio di un centro commerciale: tutto sembrava suggerire non un’idea politica, ma un aggiornamento del marchio. Come succede ai prodotti di successo: ogni stagione un packaging diverso, gli stessi ingredienti. Per un attimo ho pensato ai bambini che, dopo aver visto Il Gladiatore, passano il pomeriggio con una spada di plastica e, verso sera, non sono più del tutto sicuri di chiamarsi Massimo Decimo Meridio. La differenza è che loro, il giorno dopo, tornano a scuola. Lei, invece, ha fondato un partito.

Qualcuno potrebbe trovare ingeneroso definirLa un prodotto. Io no. Il prodotto non è una colpa; è una tecnica di vendita. Pensi al fast food. Non perché chi mangia un hamburger valga meno — sarebbe un’idea odiosa — ma perché quel cibo è progettato per essere irresistibile: molto sale, molto zucchero, molti grassi, tutto calibrato per dare una gratificazione immediata. Nessuno direbbe che è il meglio che una cucina possa offrire; semplicemente funziona. Costa poco, sazia subito, crea familiarità e invita a tornare. La comunicazione politica contemporanea ha imparato la stessa ricetta. Molta indignazione, molta paura, molta identità, moltissimo conflitto. Si consuma in fretta, lascia l’impressione di aver mangiato qualcosa di sostanzioso e, poche ore dopo, chiede già un’altra porzione. Il problema non è chi entra nel fast food. Il problema è un mercato che ha scoperto che vendere emozioni istantanee rende molto più che coltivare pensiero. Lei, Generale, è l’hamburger perfetto della politica italiana: economico da produrre, immediatamente riconoscibile, replicabile all’infinito e accompagnato dalla promessa che, questa volta, il sapore sarà diverso.

Ed è qui che devo confessarLe una colpa. Mi ha ispirato. Anch’io ho deciso di fondare un partito. Non so ancora come chiamarlo; i nomi vengono sempre troppo presto. Sul programma, invece, le idee sono chiarissime. Rappresenterà la rabbia di quella parte d’Italia che continua ostinatamente a vivere senza chiedere il permesso ai classificatori dell’umanità: le atlete azzurre che vincono Mondiali e Olimpiadi e che qualcuno continua a commentare per la forma del corpo invece che per il risultato sportivo, come se il podio fosse un concorso di fisiognomica; gli omosessuali che Lei ha definito “non normali” e che continuano imperterriti a esserlo, con famiglie, mutui, figli e dichiarazioni dei redditi, sprecando una quantità impressionante della Sua indignazione; i genitori, tutti, anche quelli che Lei non considera famiglie, che la sera aiutano i figli con i compiti invece di girare video in corazza; gli insegnanti che smontano pregiudizi con una pazienza infinitamente superiore a quella richiesta per accumulare visualizzazioni; gli infermieri che tengono insieme un Paese molto più reale di quello raccontato nei talk show; gli operai che continuano a morire nei cantieri e quelli senza contratto nei campi d’estate; le donne che, se non vogliono cucinare la trippa, semplicemente non la cucinano; i figli degli immigrati che parlano un italiano più pulito di quello di molti professionisti dell’identità nazionale; i disabili, gli anziani, i precari, tutti quei cittadini che esistono anche quando le telecamere sono spente; e naturalmente gli antitestosteronici, categoria che Le dobbiamo interamente, perché bisogna riconoscerLe un merito quasi scientifico: nessuno, nella storia recente della politica italiana, ha parlato tanto di virilità riuscendo contemporaneamente a dimostrare quanto fragile possa diventare quando sente il bisogno di esibirla di continuo.

Il vero campanello d’allarme, però, non è suonato davanti a una telecamera. È suonato a Piazza Alimonda, a Genova, guarda caso. Un Suo militante ha cancellato la scritta che ogni anno ricorda Carlo Giuliani, ventitré anni, ucciso durante il G8 di Genova e lo ha fatto in occasione del 25esimo da quell’evento. Lei ha rivendicato il gesto con il tono soddisfatto di chi mostra un pavimento appena lavato: finalmente ripristinato il decoro. È una scena che colpisce non tanto per ciò che cancella, quanto per ciò che rivela. Perché bisogna avere un’idea molto particolare della storia per credere che la memoria sia sporcizia e che il decoro consista nell’eliminare le tracce del conflitto. Il G8 di Genova non è una parentesi chiusa. È stato uno spartiacque della nostra democrazia. Cancellare un nome da un muro non cancella quella storia. Dimostra soltanto che continua ancora a disturbare. E le memorie che qualcuno sente il bisogno di cancellare sono quasi sempre quelle che hanno ancora qualcosa da insegnare. A partire dal fatto che è stato proprio quel G8 a segnare l’inizio della lunga rincorsa o ritorno di un destra autoritaria e illiberale, appena andata al governo dopo settant’anni, e che ha pensato bene di macchiarsi immediatamente di crimini come violenza di Stato, torture di Stato e omicidio di Stato, proprio come se non fosse passato nemmeno un giorno.

Forse è questo il punto, Generale. Lei continua a dividere il mondo tra normali e anormali, forti e deboli, italiani autentici e italiani sospetti, uomini veri e uomini insufficienti. È un sistema efficacissimo per vendere un prodotto, perché ogni prodotto ha bisogno di un problema che soltanto lui promette di risolvere. Ma la realtà è un pessimo cliente. Continua a sfuggire alle etichette. Le persone si innamorano di chi vogliono, costruiscono famiglie impreviste, cambiano idea, attraversano culture, si contraddicono. Sono infinitamente meno ordinate di uno scaffale di supermercato. E forse è proprio questo che Le sfugge: la politica non dovrebbe somigliare a un centro commerciale. Dovrebbe somigliare a una piazza e mille strade e sentieri.

La ringrazio, dunque, perché osservando il Suo percorso ho finalmente capito una regola del nostro tempo. I grandi uomini passano alla storia. I grandi prodotti passano in promozione. E la differenza è che la storia conserva i primi, mentre il mercato, quando arriva la stagione successiva, sostituisce i secondi con un’offerta nuova.

Con la più cordiale, gelida e del tutto disarmata stima,

un cittadino qualunque, senza lauree da esibire, senza gradi da lucidare e infinitamente sollevato all’idea di non dover mai trasformare se stesso in un prodotto per poter essere ascoltato.


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