parallels

— editrice


C’è uno spazio teatrale a Porcari, in provincia di Lucca, che dal 2015 ha una sala dedicata ad Arnaldo Cestaro, un uomo, un attivista, un rivoluzionario che ha avuto un suo momento di celebrità, il classico quarto d’ora di attenzione mediatica.
È stato un lampo, naturalmente, perché si trattava pur sempre di un esponente della working class, un ultrasettantenne abituato a cavarsela con l’ingegno, l’empatia e la forza delle braccia: di professione faceva il rottamaio. Cestaro è diventato «famoso» — il suo nome oggi campeggia in libri e manuali di giurisprudenza — perché nell’aprile 2015, affrontando il caso «Cestaro vs Italia», la Corte europea per i diritti umani diede ragione all’attivista di Agugliaro, un piccolo centro in provincia di Padova, e affermò che alla scuola Diaz di Genova il 21 luglio 2001 la polizia italiana aveva commesso atti di tortura e che l’Italia, nei processi scaturiti da quegli abusi, non aveva punito in modo adeguato i responsabili.

Copertina "Genova 2001-2026. Nessuna Notte Finisce da Sola"
Lorenzo Guadagnucci è una dei coautori del libro “Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola”

Arnaldo, nella «notte dei manganelli», era il più anziano (aveva 62 anni) dei 92 ospiti della scuola, teatro di una teorica «perquisizione» che fu in verità una brutale spedizione punitiva, con decine di persone colpite con calci e manganelli, ferite spesso gravemente (lo stesso Arnaldo riportò fatture a una gamba e a un braccio, con danni permanenti) e in aggiunta arrestate con accuse tanto roboanti — associazione a delinquere finalizzata a devastazione e saccheggio, possesso di armi da guerra, resistenza aggravata a pubblico ufficiale — quanto false e costruite ad arte dalla stessa polizia.

Una volta esauriti i processi, Arnaldo, tramite i suoi avvocati, fu il primo a presentare ricorso alla Corte di Strasburgo, e la «sentenza Cestaro» oggi fa scuola: ha creato un precedente ed è citata per enfatizzare la caduta di legalità avvenuta nel luglio genovese.

A Porcari, dunque, nella sede di Spam, un Centro per l’arte contemporanea fondato da uno dei maggiori danzatori e coreografi italiani, Roberto Castello, esiste una Sala Arnaldo Cestaro. Insolito accostamento: un luogo di cultura, di raffinato spettacolo, intestato a un personaggio come Arnaldo, una vita trascorsa fra il lavoro più umile e materiale e un indefesso impegno civile e politico nella sinistra e nei movimenti sociali. Un uomo, quanto a cultura, che aveva fatto le «scuole alte», come spesso ripeteva ridendo sotto i baffi: «Al mio paese la quinta elementare era al primo piano, non al pianterreno». Fu proprio Castello, nel 2015, a prendere l’iniziativa: era rimasto folgorato nell’apprendere la notizia che un «uomo del popolo» privo di sostegni di qualsivoglia natura, forte solo della sua dignità, aveva messo a nudo le vergogne e la protervia dello Stato italiano e dei suoi rappresentanti, ottenendo giustizia, lui da solo, davanti alla Corte di Strasburgo, un organismo nato per dare attuazione alla solenne Convenzione europea dei diritti umani del 1950. «C’era qualcosa di poetico in questo fatto», spiegò all’epoca Castello, che decise così di rendere omaggio a un attivista coraggioso, un uomo che aveva affrontato le violenze subite alla scuola Diaz e la successiva stagione dei processi senza nutrire rancori, lottando con il sorriso sulle labbra, con lo stesso spirito ottimista e positivo di tutta la sua esistenza. Castello chiamò Arnaldo a Porcari la sera dell’inaugurazione della «sua» sala, e quella fu per il «ragazzo della Diaz» una delle grandi soddisfazioni della vita.

Arnaldo se ne è andato il 20 giugno 2024, minato negli ultimi anni da una malattia che gli aveva impedito di fare la sua vita di sempre: le escursioni in furgoncino in cerca di rottami di ferro, e i continui viaggi, su e giù per l’Italia, da un corteo a una manifestazione, da un presidio a un sit-in. Arnaldo era un militante con la valigia, anzi con il borsone (un sacco informe e sempre troppo pesante): viaggiava in treno, partecipava a cortei e assemblee, e dormiva ogni volta dove capitava, anche per terra, su una panchina, sotto qualsiasi riparo, proprio come aveva fatto il 21 luglio 2001, scegliendo di riposare alla scuola Diaz seguendo l’indicazione ricevuta la sera stessa da un’abitante della zona.

Arnaldo non si perdeva una lotta: dalla Val di Susa contro il Tav alla Sicilia del no-Muos, dalla marcia per la pace Perugia-Assisi al presidio antimilitarista al Dal Molin di Vicenza, e poi le commemorazioni di piazza della Loggia a Brescia e del 2 agosto a Bologna, e ancora, naturalmente, ogni 20 luglio, piazza Alimonda a Genova, per l’anniversario dell’omicidio di Carlo Giuliani.

Arnaldo era arrivato al movimento detto impropriamente «no global» dopo decenni di esperienze in varie formazioni comuniste a sinistra del Pci. Diversamente da molti altri militanti della sua generazione, era un uomo profondamente rivoluzionario anche in senso gandhiano, perché il cambiamento che desiderava, il suo ideale di giustizia e di socialismo, aveva a che fare con la sua vita quotidiana: era lui stesso disposto al cambiamento e lo dimostrava. Frequentava le botteghe del commercio equo e solidale senza la postura sussiegosa di tanti storici militanti verso i «nuovi» modi di fare politica; aveva sposato fino in fondo il pacifismo e la nonviolenza, senza ovviamente rinunciare all’adesione ideale alla lotta partigiana (ogni estate saliva a Malga Zonta in Trentino per le commemorazioni dei partigiani uccisi dai nazisti il 12 agosto 1944); si era incuriosito di tutte le pratiche del consumo critico, che metteva in pratica nella sua vita di ogni giorno (era del resto un esempio di sobrietà, di non consumismo). Non era settario, Arnaldo, non poteva esserlo, per via del suo pronunciato altruismo, della sua costante attenzione al prossimo, della sua naturale empatia.

Una volta, ospite a casa mia a Firenze, dove veniva almeno una volta all’anno per rendere omaggio alla tomba di un suo amico e compagno di sempre, il partigiano e avvocato Angiolo Gracci (detto Gracco durante la resistenza), gli feci conoscere Nunzio e Carlotta, due maiali liberi, non destinati all’alimentazione umana, che un vicino di casa teneva nel suo grande podere come si possono tenere due cani. Loro, naturalmente, ricambiavano l’affetto e l’attenzione degli umani e facevano la loro vita di animali domestici, relativamente liberi, interagendo amabilmente con gli esseri umani di passaggio. Conoscendo Nunzio e Carlotta, Arnaldo probabilmente capì meglio, forse più profondamente, la mia scelta animalista, la mia alimentazione esclusivamente vegetale, ciò che aveva sempre guardato con curiosità e rispetto, mantenendo però le sue abitudini. L’incontro coi due maiali insinuò un dubbio nel suo animo di rivoluzionario autentico, e la riflessione conseguente spinse infine Arnaldo a compiere la scelta vegetariana.
Aveva messo a fuoco la nostra comune animalità e intuito che le forme di oppressione che tanto lo offendevano all’interno della specie umana, si estendevano, e con violenza anche maggiore, oltre i confini di questa. Arnaldo forse non ne era consapevole, ma la sua intuizione lo metteva in connessione con due grandi rivoluzionarie del passato, Rosa Luxemburg e Louise Michel, l’una e l’altra divenute coscienti dell’oppressione animale e dell’urgenza di rifiutarla. Rosa, in una famosa lettera dalla prigionia, raccontò il dolore del «fratello bufalo» vessato e picchiato nel cortile del carcere; la comunarda Louise, da pioniera dell’antispecismo, incluse la liberazione animale nel suo orizzonte di lotta per una società davvero giusta e liberata.

Arnaldo Cestaro, il rottamaio di Agugliaro, il Davide che ha smascherato il Golia torturatore, proveniva da un universo di lotte e di orizzonti ideologici prettamente novecenteschi, ma aveva saputo cogliere la novità rappresentata da un movimento che osava mettere in discussione non solo un sistema di potere, ma anche un modo di produzione e di consumo, fino a propugnare forme di dissidenza esistenziale. Sotto questo profilo Arnaldo è stato un esempio, un caso cui guardare per comprendere la natura di quel movimento senza soggiacere agli stereotipi che sono stati proposti e utilizzati a piene mani.

E infine, in un altro modo, Arnaldo è stato davvero rappresentativo, quasi un portabandiera, nei rapporti con il potere. Non solo per la sentenza Cestaro vs Italia. C’è un altro episodio chiave — sotto il profilo morale — del processo Diaz che merita d’essere raccontato.
Era il tempo delle udienze preliminari, quando davanti al Giudice per le Indagini Preliminari, i pubblici ministeri erano impegnati a convincere il GIP della necessità di rinviare a giudizio gli agenti sotto inchiesta — inclusi alcuni altissimi e super protetti dirigenti di polizia — mentre gli avvocati difensori degli indagati più prestigiosi, a fianco dei loro assistiti, spingevano affinché il processo si fermasse al livello gerarchico inferiore, quello dei capisquadra, soluzione «attesa» anche dalle gerarchie politiche e mediatiche del momento.
Al termine di una di queste difficili udienze Arnaldo si avvicinò all’indagato di grado più alto, il più impettito, il più riverito, Francesco Gratteri, all’epoca questore di Bari ma destinato a salire ancora la scala del potere interno alle polizie fino a diventare capo dell’Antiterrorismo. Arnaldo, vestito come al solito assai modestamente, col fazzoletto da partigiano al collo, si presentò al cospetto di Gratteri, che indossava un abito di buon taglio e aveva l’aspetto inappuntabile che si conviene a un alto funzionario dello stato, e gli mostrò una fotografia, scattata qualche settimana dopo la «notte dei manganelli», nella quale Arnaldo era ritratto in sedia a rotelle con un braccio e una gamba ingessati e un pugno chiuso levato verso il cielo. Dottor Gratteri, disse grosso modo Arnaldo all’interlocutore, voglio mostrarle come ci avete ridotti, siete stati voi e dovete assumervi le vostre responsabilità; Gratteri farfugliò qualcosa per dire di non avere nulla a che fare con le violenze, scartò Arnaldo di lato e uscì dall’aula a passo spedito e a testa bassa; Arnaldo invece no, Arnaldo poté uscire dal tribunale a testa alta, se non altissima, ed è bello pensare che in quel momento sia stato fiero di rappresentare tutti «noi della Diaz» e tutti i cittadini pronti a lottare per i propri diritti e per i diritti di tutti.


Commenti

Lascia un commento

Ti potrebbe interessare anche…