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— editrice


«Vai giù e annusa l’aria», mi aveva detto a inizio luglio il mio direttore, Riccardo Bonacina, e io ero partita. Genova stava per essere invasa da manifestanti e delegazioni politiche, ma sembrava non accorgersene: nei vicoli c’erano i mercati, il sole splendeva sul porto, nei bar l’argomento principale era se il caffè in euro sarebbe costato 80 centesimi (per arrotondare) o 77 al cambio millimetrico (a Genova si decise il secondo, ovvio).

Avevo preso una serie di appuntamenti: associazioni, esponenti della Diocesi, attivisti, Ong. La sede del Genoa Social Forum, in via san Luca, zona dei caruggi vicino alla via del Campo cantata da De André era in fermento, ma senza clamori. Ci si preparava ad alzare la voce, sì, a farsi sentire, chiaro. Ma tutto sommato, alle mie domande «cosa vi aspettate? cosa farete?» avevo ricevuto risposte lucide ma quiete, ed ero tornata a Milano pure un po’ delusa — oltre che con una bella intossicazione alimentare da torta pasqualina avariata. «Tutto tranquillo» avevo riferito in redazione.

Copertina "Genova 2001-2026. Nessuna Notte Finisce da Sola"
Gabriella Meroni è una delle coautrici del libro “Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola”

Nella riunione successiva, mettiamo a punto la piccola squadra del giornale che avrebbe seguito il vertice sul posto. Io sarei stata in piena zona rossa, ai Magazzini del Cotone al Porto Antico, dove avrebbero lavorato i leader e gli sherpa; i colleghi Riccardo e Carlotta avrebbero invece seguito il tutto dalla parte dei manifestanti, al seguito del Genoa Social Forum e della Rete Lilliput. Si trattava allora solo di raggiungere la città, impresa che i telegiornali descrivevano come ardua, dipingendo una città blindata, che i residenti, soprattutto se con bambini, erano invitati a lasciare per rifugiarsi altrove.

Nella zona rossa (20mila abitanti, lo stesso numero degli uomini delle forze dell’ordine convogliati in città in quei giorni), non si sarebbe potuti entrare se non a fronte di un pass nominativo; scuole e negozi chiusi e linee di trasporto pubblico azzerate completavano il quadro. «Fate scorte alimentari, parcheggiate lontano e non affacciatevi alle finestre», si leggeva in un vademecum della Prefettura. «Figuriamoci, tutto tranquillo», ripetevo io; una serenità che mi spinse a decidere di arrivare a Genova in macchina, insieme a Riccardo, esattamente due ore prima della chiusura dei caselli.

Lungo la strada, che io ricordi, non incontrammo nessuno. Nessuno. Solo a un certo punto, prima di una galleria sulla Serravalle, scorgemmo un’auto scura di grossa cilindrata ferma in una piazzola di sosta; appena ci vide si mise a seguirci per qualche minuto, poi ci superò in fretta e sparì, probabilmente divertita per aver incontrato due gioiosi gitanti ingenui. E un po’ lo eravamo.
Il colpo d’occhio era notevole. Avevo letto di barriere agli ingressi della zona rossa, ma mai avrei immaginato che si trattasse, in realtà, di gabbie. Me le ricordo verdi, ma avrebbero potuto essere nere; sicuramente erano molto alte, e presidiate da poliziotti e carabinieri. Erano state montate all’ingresso dei vicoli del centro, in modo che fossero inaccessibili, e avevano strette porte che si varcavano solo con i documenti in ordine e, nel caso dei giornalisti, con i pass ricevuti poco prima.

Il primo appuntamento della giornata era l’arrivo dei capi di Stato e di governo a Palazzo Ducale, per l’inizio ufficiale dei lavori, e mentre mi incamminavo per di là cominciavo ad avere la sensazione che non era tutto tranquillo, anzi.

I palazzi sembravano deserti, le finestre erano chiuse. Molti negozi avevano montato barriere di legno di fronte alle vetrine. I telefoni non prendevano. Davanti al Ducale pochi giornalisti e ancora meno curiosi — ma più facilmente poliziotti in borghese.
Un gran frastuono di motori e lampi di luce blu annunciarono l’arrivo del presidente degli Stati Uniti, George Bush jr: un lungo corteo, blindati di tutti i tipi e finalmente lei, «The Beast» l’auto supercorazzata che trasporta l’uomo più potente del mondo.
Io sono vicino all’entrata del Palazzo, mi passa a fianco, nonostante i vetri oscurati, scorgo il presidente che saluta con la mano — dai, ho qualcosa da raccontare a casa! Ma immediatamente dopo, ecco di nuovo lo stesso rumore di prima, le stesse luci… un altro corteo, identico, segue il primo. Sarà un altro capo di Stato, no? Chi è? Lo chiedo a un tizio che mi guarda, interdetto quanto me: ecco l’inconfondibile bandiera americana, le auto della scorta e un’altra «Beast», indistinguibile dalla prima. Dentro, lo stesso presidente che saluta allo stesso modo. «Il sosia», sussurra il tizio vicino a me.

Oggi leggo che la presenza di «due Bush» al G8 è stata derubricata come leggenda metropolitana. Non sarà l’unica verità di quei giorni a essere messa in dubbio, anche se sicuramente meno grave di altre.

La sala stampa dei Magazzini del Cotone è grande e allestita in modo superbo. Ogni giornalista ha la sua postazione, sedie comode, ci sono computer e schermi ovunque, giornali a mazzi ma soprattutto, negli atri, buffet pieni di ogni ben di Dio. A qualunque ora. I portavoce — ricordo soprattutto Paolo Bonaiuti, abbronzatissimo e felpato — invitano a servirsi, l’atmosfera è forzatamente rilassata, un po’ da Versailles 1789. In città sono in programma diverse manifestazioni, ma prima delle 11 la mattina va via liscia, se si eccettuano un paio di allarmi bomba che ci costringono a uscire dall’edificio e aspettare che tutto rientri. Ma via via che la giornata prosegue, la tensione sale. Riceviamo notizie dagli schermi, e i telefoni cominciano a squillare all’impazzata. È lì che sento per la prima volta la parola «Black Bloc», ed è lì che ci raggiunge la notizia della morte di Carlo Giuliani.

Non ricordo più molto di quel pomeriggio, se non che ho bisogno di uscire, di andare a vedere. Gli uomini delle forze dell’ordine di guardia alle porte dei Magazzini sono nervosi, sentono che la situazione sta sfuggendo di mano. Si saprà poi che subito dopo la morte di Giuliani il ministro degli Interni, Claudio Scajola, aveva dato l’ordine di sparare su chiunque avesse violato la zona rossa.

È forse lì che salta tutto? È lo sparo impazzito di un ragazzo di fronte all’estintore di un altro ragazzo a dare il via a una follia praticata e per troppo tempo difesa da chi avrebbe dovuto impedirla?
Per me, la frattura tra ciò che è stato e ciò che avrebbe dovuto essere ha il color oro di un rossetto di Nina Ricci, regalo di mia madre, che un poliziotto prende e lancia con rabbia a terra, sfracellandolo. Mi ferma, apro la borsa, forse gli faccio una domanda, non ricordo… lui afferra il rossetto e lo distrugge: «Che ne so, potrebbe essere un’arma», ringhia. Non ho avuto la forza di rispondere. Era un bel rosso corallo, mi stava bene.

Il rumore dei cingoli di un carro armato sull’asfalto non l’avevo mai sentito, e infatti non l’ho riconosciuto subito.
Stavo tornando a casa — avevo trovato ospitalità da una giovane coppia di Marassi che aveva risposto all’invito della Caritas di dare alloggio agli attivisti — e l’ho visto passare di fronte a me. Buio. Semafori lampeggianti di giallo. Sembrava un film. Ma il peggio doveva ancora arrivare: nella prima ombra dura del sonno (forse avevo chiuso gli occhi da dieci minuti, chi lo sa), la telefonata concitata di Riccardo mi impedì di ricominciare a dormire. «Stiamo scappando, ci stanno picchiando, volevo avvisarti». Quel pomeriggio ci eravamo salutati brevemente: dove dormi, dove stai, tutto ok? Lui mi aveva detto di essere alla scuola Diaz, aveva conosciuto dei ragazzi, suonavano la chitarra… stava cercando contatti, storie.

Alle sette non ce la faccio più e, senza salutare i miei ospiti, scendo verso il mare. Ci metto un po’, arrivo alla Diaz forse alle otto, otto e un quarto. Non c’è nessuno. All’ingresso incontro una collega fotografa, entriamo.
La prima immagine che mi si presenta davanti agli occhi sono delle macchie scure sui muri, come di pittura. La seconda, quando metto a fuoco, delle strisce sempre scure sul pavimento, come delle tracce di grosse bisce. Guardo meglio: è sangue. Sangue dappertutto. I muri me li ricordo di un giallo sbiadito, quel colore anonimo che spesso si usa nelle scuole, e i pavimenti grigi di ghiaino lavato, così il sangue è più rosso sulle pareti e più scuro a terra.

Soprattutto sul pavimento ce n’è tanto, e dalle volute che disegna si capisce che molti corpi sono stati trascinati via inermi. Zaini, scarpe, sacchi a pelo, borse di plastica, giornali, maglioni, foulard, libri, fazzoletti dappertutto.
Al piano di sopra, nelle aule dove i ragazzi e le ragazze dormivano, c’è ancora più roba sparsa ovunque. A distanza di anni, l’istantanea più vivida è quella di decine di assorbenti interni disseminati in un corridoio. Perché? Mi sembra impossibile. Ancora non so niente, non ho visto telegiornali né sentito la radio, e il telefono allora serviva solo per telefonare. Avrei capito tutto più tardi, compresa la fortuna che ebbe Riccardo che riuscì a scappare e a rifugiarsi in un negozio il cui proprietario alzò la saracinesca.

Era ora di tornare a Milano a raccontare tutto, a scrivere, a fissare i pensieri, a capire se quello che avevo visto aveva un nome. Vado a riprendere la macchina, che avevo lasciato ai bordi della zona rossa, e la trovo miracolosamente intatta, tra altre due auto carbonizzate. Finalmente mi viene da piangere. Torniamo in silenzio.

Dopo la maturità, avevo deciso di entrare in polizia. Avevo comprato i libri per il concorso, fatto ricerche, parlato con persone, iniziato a studiare, salvo poi venire a sapere di non possedere i requisiti fisici, a causa di una miopia poco sopra il limite consentito. Non ho perso la fiducia nelle forze dell’ordine; ma a Genova, quella mattina, ho capito che quella diottria in più mi aveva salvato da un mondo che, l’ho capito allora, non avrebbe mai potuto essere il mio.

Il testo è tratto dal libro “Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola” (Parallels, 2026)


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