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— editrice


Prefazione del libro “Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola” (Parallels, 2026) pubblicato in occasione dei venticinque anni del G8 di Genova.

 

Genova, luglio. Il caldo che sale dai vicoli come un respiro. L’odore del mare che non vedi ma senti, sempre, dietro ogni angolo. E quella luce particolare che taglia le ombre nette sui palazzi e fa brillare i sampietrini come fossero onde. Genova era così in quei giorni di luglio 2001. Era bella. E nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo.

Il G8 di Genova, dal 18 al 22 luglio 2001, fu infatti uno di quei momenti in cui la storia sembra concentrarsi in pochi giorni, in poche ore, in pochi luoghi. Questo libro nasce dalla necessità di tornare su quei giorni: di raccogliere le voci di chi c’era, di chi vide, di chi subì, di chi ancora oggi porta dentro di sé il peso e la speranza di quella storia.

In quei giorni due mondi si guardavano senza vedersi, separati da una linea rossa tracciata sulle mappe e presidiata da migliaia di uomini in divisa. La chiamavano così: la zona rossa. Come il colore del pericolo. Come il colore del sangue che avrebbe macchiato l’asfalto di piazza Alimonda. Da una parte, il cuore del centro storico blindato, dove non si entrava senza il timbro giusto. Dall’altra, trecentomila persone che premevano contro le transenne con i loro cartelli, i loro cori, la loro rabbia e la loro speranza.

Piazza Carlo Giuliani
Piazza Carlo Giuliani

Il 20 luglio morì Carlo Giuliani, aveva ventitré anni. Fu colpito da un proiettile sparato da un carabiniere — un ragazzo poco più giovane — durante gli scontri del pomeriggio. C’è una fotografia, scattata un istante prima: Carlo con il braccio alzato, un estintore tra le mani, il volto coperto da un passamontagna. E c’è un’altra fotografia, scattata un istante dopo: Carlo a terra, immobile, e attorno a lui il vuoto. Tra quelle due immagini, tutto.

Poi venne la notte. E la notte portò la Diaz.

La scuola Diaz era un edificio come tanti, in via Cesare Battisti. Durante il G8 era diventata un dormitorio per i manifestanti. La sera del 21 luglio — era quasi mezzanotte — le forze dell’ordine entrarono. Quello che accadde fra quelle mura, nei minuti che seguirono, è stato raccontato da decine di testimoni, ricostruito in tanti processi e certificato da decine di sentenze. Ma le parole dei documenti ufficiali non restituiscono il suono dei manganelli sulla carne, delle urla, del vetro che si rompe, dei corpi che cadono: ottantadue feriti, di cui una sessantina ricoverati in ospedale, tre in prognosi riservata, novantatré arresti.

E poi Bolzaneto. La caserma dove i fermati venivano condotti per l’identificazione. Ciò che accadde lì dentro — le umiliazioni, le percosse, le torture, sì, usiamo questa parola — appartiene a un repertorio d’altri tempi. Amnesty International, nei giorni successivi, parlò di «violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea».

Ma questo libro non è solo questo. È soprattutto un racconto. Personale e corale.

 

Corso Italia, manifestazione del 21 luglio 2001
Corso Italia, manifestazione del 21 luglio 2001 © Michele Ferraris Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0

Perché a Genova, in quei giorni, erano arrivate trecentomila persone da ogni parte d’Italia, d’Europa, del mondo. Un popolo attraversato da mille anime diverse ma unito da una domanda di fondo: è possibile un’altra globalizzazione? È possibile un mondo in cui il mercato non sia l’unica legge, in cui i diritti vengano prima dei profitti? Erano giovani e vecchi, preti e anarchici, sindacalisti e studenti, madri coi bambini, ragazzi e ragazze. Erano le Tute Bianche e i Beati Costruttori di Pace, erano Medici Senza Frontiere e i Centri Sociali del Nord-Est, erano Pax Christi, Mani Tese e Nigrizia, Amnesty International e Via Campesina, il sindacato della CGIL e Attac, la Tavola della Pace e la Rete di Lilliput, Emergency e Jubilee 2000. Erano 1.187 sigle diverse — millecentottantasette modi di dire la stessa cosa: che il mondo così com’era non andava bene. Che l’acqua doveva restare pubblica, i farmaci accessibili e il clima doveva essere difeso. Che il debito dei paesi poveri andava cancellato e le transazioni finanziarie tassate. Che il libero commercio non poteva esistere senza regole sociali e ambientali.
Quel movimento chiedeva la sovranità alimentare contro i brevetti sulle sementi e la difesa dei servizi pubblici come beni comuni; proponeva il disarmo e dunque la riduzione delle spese militari, la giustizia climatica e il commercio equo; e si opponeva alle politiche migratorie restrittive, rivendicando una carta dei diritti dei migranti.

Tutto era cominciato qualche anno prima, nel Chiapas messicano, dove era scoppiata la rivolta zapatista proprio il giorno in cui era entrato in vigore il NAFTA, l’accordo di libero scambio tra Messico, Stati Uniti e Canada.
Per i popoli indigeni di quella regione, il trattato implicava la fine delle terre comuni e la vittoria di un modello economico inaccettabile; inventarono allora una forma nuova di resistenza grazie a internet — locale nelle radici, globale nel messaggio — che avrebbe ispirato tutti i movimenti successivi.
Il momento di svolta arrivò però a Seattle, negli Stati Uniti, cinque anni dopo, quando cinquantamila manifestanti bloccarono il vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio: nacque il «popolo di Seattle». Da lì il movimento crebbe rapidamente, contestando i vertici di Washington, Praga, Nizza, Québec e Göteborg.
A Napoli, nel marzo 2001, la violenta repressione del Global Forum anticipò quanto sarebbe accaduto al G8 di luglio.

Grate e autoblindo a difesa della Zona Rossa
Grate e autoblindo a difesa della Zona Rossa © Michele Ferraris Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0

Dentro la zona rossa, a Genova, si ritrovavano proprio i potenti che avevano voluto quell’accordo e i trattati successivi. I principali responsabili di una globalizzazione neoliberale contestata dagli zapatisti prima, dal popolo di Seattle poi. Erano i capi di Stato e di governo delle otto potenze industriali mondiali: USA, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Giappone e Russia. I vertici dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale. Tra gli invitati anche i rappresentanti di Algeria, Nigeria, Sudafrica, Mali, Senegal. Era il G8: il summit che doveva governare la globalizzazione. Fuori, il futuro era già lì, e bussava alle porte. Ma la risposta fu la repressione. E Genova fu la frattura.

Due anni dopo — due anni dopo Genova, due anni dopo l’11 settembre, due anni dopo che il mondo era cambiato ancora una volta — quel movimento era ancora vivo.
Il 15 febbraio 2003, contro la guerra in Iraq che gli Stati Uniti del presidente Bush stavano per scatenare, scesero in piazza tra i dodici e i quattordici milioni di persone, in più di seicento città del mondo. Fu la più grande manifestazione coordinata nella storia dell’umanità.
Il New York Times scrisse: «Le imponenti manifestazioni contro la guerra tenutesi in tutto il mondo questo fine settimana ci ricordano che sul pianeta potrebbero esserci ancora due superpotenze: gli Stati Uniti e l’opinione pubblica mondiale» (Patrick E. Tyler, «A New Power in the Streets», New York Times, 17 febbraio 2003). Un riconoscimento importante, che sollevava una domanda: può l’opinione pubblica mondiale diventare un soggetto politico? Poi, però, la guerra fece quello che le riesce meglio: seppellì la risposta.

 

Copertina "Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola"
Copertina “Genova 2001-2026. Nessuna notte finisce da sola”

Quello che state per leggere è solo in parte il racconto di quei giorni. È anche il racconto di quello che i processi, le sentenze e i venticinque anni trascorsi da quel luglio 2001 hanno lasciato dietro e dentro di sé. È il tentativo di restituire, a venticinque anni di distanza, parte di quell’esperienza e di quei sentimenti.

C’è Francesca che racconta di quello che ha preceduto l’evento nella sua città. Leonardo, che ha attraversato tutte le giornate del G8 da manifestante — e chissà cosa avrà pensato, la sera del 20, tornando nel suo sacco a pelo. Gabriella, giornalista, mandata dentro la zona rossa a raccontare l’altro versante, testimone di entrambe le Genove. Luca, che era uno dei volti dei Disobbedienti e oggi guida le missioni di Mediterranea Saving Humans, a salvare persone nel Mare Nostrum — come se non avesse mai smesso di cercare un altro mondo. Ebe, che dovette rimanere a casa, mentre suo fratello era potuto partire per Genova. Lorenzo, che alla Diaz fu picchiato e arrestato. Roberto, che negli anni dopo dovette scrivere una delle sentenze più importanti su quanto successe nella caserma di Bolzaneto — e chissà cosa avrà provato, a mettere nero su bianco l’orrore. Gilberto e Alessandra, avvocati del Genoa Legal Forum, che corsero da un commissariato all’altro cercando i fermati. Vittorio, che si trovò a fare il portavoce del Genoa Social Forum, e questo gli cambiò la vita. Silvia, all’epoca non ancora sedicenne e oggi sindaca della città di Genova. Donatella, che i movimenti sociali li ha studiati per anni, con la pazienza dello scienziato e la passione della militante. Glauco, venuto a Genova per testimoniare una certa idea repubblicana — quella delle istituzioni che proteggono, non che picchiano. Carlo, della rete PeaceLink, che credeva nella nonviolenza come in una religione. Christophe e Vincent, di Attac Francia, che avevano attraversato le Alpi per essere lì, a organizzare quel controvertice. E Haidi. Haidi Gaggio Giuliani, la madre di Carlo. A lei, in particolare, va la nostra gratitudine per aver accettato di partecipare a questo racconto.

A tutti e tutte, grazie. Grazie per aver ripreso in mano i vostri ricordi e per averli affidati a queste pagine.

Questo libro vuole essere un atto di conoscenza e di coscienza. Una storia che parla di noi — di quello che eravamo, di quello che siamo diventati, di quello che potremmo ancora essere. Perché quello che accadde a Genova riguarda tutte e tutti. Riguarda chi non c’era e chi non era ancora nato. Riguarda l’idea che ci portiamo dentro — spesso senza saperlo — di cosa sia lo Stato, di cosa sia la democrazia, di cosa siano i diritti e i doveri. Riguarda quel confine sottile tra il potere e chi lo subisce, tra la forza e la legge, tra l’ordine pubblico e la libertà di scendere in piazza a dire no. Una libertà che appare oggi più fragile che mai.

Da qui nasce una domanda: sarebbe potuta andare diversamente? Non possiamo saperlo, ma il solo fatto di porla significa rifiutare l’idea che la storia sia un destino già scritto. Significa che siamo ancora in tempo — siamo sempre in tempo — per un mondo migliore.

Venticinque anni dopo possiamo dirlo: avevamo ragione. Ma la lezione più difficile è un’altra.
Avere ragione non basta.


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