Avevo mal di schiena. Una fitta all’occhio destro, dove un cerchietto bianco mi perseguitava come un creditore. Stavo sottraendo tempo a mio moglie che non perdeva occasione di rimproverarmelo, ma non riuscivo a smettere. Le bozze mi aspettavano, il testo andava messo in pagina.
La testa girava e non si fermava, come certe ruote di mulino che continuano a farlo anche quando l’acqua è finita. Quella frase, quella virgola, quell’aggettivo che non convince. E poi c’era lui, l’autore. Un uomo convinto di essere la reincarnazione di Hemingway. Bisogna andarci cauti con lui – mi ripetevo – nessun ritocco minuto, nessun cambio di aggettivo. Meglio il taglio netto, la potatura drastica, la testa al toro: conviene inventarsi esigenze tipografiche tassative, perché soffiare nell’orecchio a un leone affamato è un’occupazione meno rischiosa che correggere una virgola a certi scrittori.
D’altra parte mia moglie me lo ripeteva di continuo, fare il correttore non si improvvisa. Uno ci arriva dopo quarant’anni di editoria e giornalismo convinto di saperne almeno qualcosa, e invece scopre che no, si ritrova con le dita che fanno male a forza di sbattere sulla propria macchina da scrivere. Gli orari non esistono più e manca sempre qualcosa.
La notte mi piegavo sulle bozze, nei giorni di riposo mandavo suggerimenti come telegrammi dal fronte. Di giorno telefonate e riunioni. Il cervello era diventato un flipper — sentivo solo il rumore della pallina che sbatte, sbatte, sbatte, senza che sul tabellone apparissero i punti, solo una scritta, lampeggiante e implacabile: ma cosa stai facendo?
Già. Chi me lo ha fatto fare? Me lo sono chiesto più volte, e non trovavo una spiegazione. Il che, a una certa età, è già una risposta. Poi.
Poi una notte — erano le due passate, e fuori pioveva con quella grigia costanza senza drammi tipica di un qualsiasi novembre milanese — e a un tratto scoprii qualcosa di strano.
Nelle bozze ci lavori sopra, le maneggi, le rivolti, le correggi, e a un certo punto smetti di leggerle davvero. Diventano materia, non parole. È una specie di cecità professionale quella che ti avvolge, come il chirurgo che non vede più il malato ma solo il campo operatorio. Quella notte stavo scorrendo il quinto capitolo — un capitolo che avevo già letto tre volte e che mi sembrava uguale agli altri, solido, un po’ lungo, ma solido — quando mi fermai.
Una frase. Una sola.
La lessi un paio di volte per esserne sicuro. Poi mi alzai, andai in cucina, un altro whiskey, tornai ed era ancora lì, naturalmente.
Non era una frase come le altre. Era una frase che non avrebbe dovuto essere in quel romanzo. Non per ragioni stilistiche o narrative. Per un altro motivo che impiegai qualche minuto a mettere a fuoco.
Quelle cinquantatré parole in fila una dopo l’altra descrivevano una scena che solo io conoscevo; di cui non avevo mai scritto, che non avevo confidato a nessuno, che era accaduta trent’anni prima, in una città che in quel romanzo non veniva mai nominata, e riguardava una persona che non aveva nulla a che fare con nessuno dei personaggi.
Eppure era lì.
Chiamai l’autore il giorno dopo, con la voce di chi ha dormito tre ore e ha passato le altre tre a fissare il soffitto.
— Questo capitolo — dissi — il quinto. L’ha scritto tutto lei?
Ci fu una pausa che durò mezzo secondo di troppo.
— Naturalmente — disse senza aggiungere altro.
Fu in quel momento che capii, il problema non erano le bozze.




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