parallels

— editrice


vi scrivo da un giovedì d’ottobre, il giorno in cui a Stoccolma si apre una busta e a Torino e Milano si apre, puntuale, il cassetto delle ristampe. Quest’anno la busta diceva Anne Carson. Canadese, grecista, poetessa, una che riscrive Saffo come fosse un’amica di liceo. Immagino il vostro sollievo: «Ce l’abbiamo, vero?». Ecco, cari: no, o quasi. Qualche suo libro è passato da Bompiani e dalla Nave di Teseo, ma a costruirle negli ultimi anni una presenza italiana, titolo dopo titolo, sono stati soprattutto Utopia e Crocetti, insieme a Tlon e La Tartaruga. Nomi che a voi suoneranno come marche di tisane, e invece sono case editrici. Tu, Giangiacomo, puoi alzare la mano, ma solo a metà, Crocetti oggi sta nel gruppo che porta il tuo nome, ma diciamolo: è un po’ come vincere alla lotteria con il biglietto comprato da un cugino.

Vi scrivo perché da qualche anno questa storia si ripete, e da lassù, si sa, i cataloghi si leggono male.

Nel 2020 il premio va a Louise Glück, grande poetessa americana. In Italia L’iris selvatico, uscito per Giano di Vicenza, era fuori catalogo. Averno l’aveva pubblicato una libreria del centro di Napoli, Dante & Descartes. Una libreria, Giulio. Con un retrobottega che stampa libri. Il giorno del Nobel ne hanno vendute ottanta copie al banco, a mano, come si vendeva il pane. Poi naturalmente è arrivato un editore più grande, il Saggiatore, ad acquisire i diritti per pubblicarne l’opera completa. Quando si è grandi si arriva sempre dopo: è una questione di inerzia, come per i pachidermi.

Nel 2021 tocca ad Abdulrazak Gurnah. Garzanti aveva pubblicato Paradiso, Il disertore e Sulla riva del mare; al momento del premio erano tutti e tre fuori catalogo. La grande editoria l’aveva visto, l’aveva tenuto in mano e poi l’aveva posato su uno scaffale del magazzino, come l’ombrello di un ospite. Ve lo dico con affetto: perdere un Nobel è sfortuna, lasciarlo uscire di catalogo è uno stile.

Nel 2022 vince Annie Ernaux, pubblicata da L’Orma, piccola casa indipendente di Roma. E qui, Arnoldo, tocca a te. Ernaux in Italia era già passata due volte, da Guanda e poi da Rizzoli: sei libri, e nessuno se n’era accorto. Rizzoli, lo saprai, oggi abita in casa tua. L’Orma invece ha fatto quello che una volta facevi tu, Giulio: credere in un’autrice prima del mercato e pubblicarla titolo dopo titolo, con pazienza. Ai vostri tempi la chiamavano “politica d’autore”. Oggi la chiamano “nicchia”.

Nel 2023 vince Jon Fosse, pubblicato da La nave di Teseo. Arnoldo, questa ti piacerà. La nave di Teseo è nata nel 2015 da editori e autori che, mentre la casa col tuo nome si comprava tutto il resto, hanno preferito buttarsi in mare piuttosto che salire a bordo. Il Nobel l’ha portato a casa la scialuppa di chi si era rifiutato di imbarcarsi sulla tua ammiraglia.

Nel 2024 vince Han Kang, pubblicata da Adelphi. Giulio, Adelphi l’hanno fondata Luciano Foà, Roberto Bazlen e Roberto Olivetti. Foà veniva dalla tua casa editrice, e se n’era andato anche perché da te non aveva trovato posto l’edizione critica di Nietzsche. Lo struzzo digerisce anche i chiodi, ma qualche volta sputa i semi migliori.

Nel 2025 vince László Krasznahorkai, pubblicato da Bompiani, che oggi sta con Giunti da quando, nel 2016, gli eredi di Arnoldo hanno dovuto cederla per non diventare troppo grandi persino per l’Antitrust. E comunque il primo Krasznahorkai italiano, Melancolia della resistenza, l’aveva tirato fuori nel 2013 una piccola casa di Rovereto, Zandonai.

Fate il conto con me. Sette premi, sette storie diverse, e un filo che le lega: troppo spesso il lavoro vero l’hanno fatto prima i piccoli, o chi dalle vostre case se n’era andato. Scoprire, tradurre, insistere quando nessuno comprava.

Eppure tu, Giangiacomo, lo sapevi come si fa. Nel 1957, con una casa editrice di appena tre anni, pubblicasti per primo al mondo Il dottor Živago, un manoscritto uscito di nascosto dall’Unione Sovietica. L’anno dopo Pasternak vinse il Nobel, e tu ce l’avevi in catalogo. Sempre nel 1958 pubblicasti Il Gattopardo, che né Arnoldo né Giulio avevano voluto pubblicare. Poi arrivò Bassani, e tu dicesti sì. Piccolo non eri, d’accordo, ma come editore eri l’ultimo arrivato, e ti comportavi esattamente come oggi quelli delle tisane.

Non è una colpa, intendiamoci. I grandi guardano lontano per mestiere, ma vedono soprattutto quello che vende. I piccoli hanno la vista corta e i libri lunghi: leggono tutto perché non possono permettersi di sbagliare, e pubblicano quello che amano perché non hanno altro modo di sopravvivere. Un modello di business disastroso, ve lo concedo. Però a Stoccolma sembra funzionare.

Capisco: Stoccolma è lontana, e gli accademici svedesi non rispondono al telefono. Meglio giocare in casa, dove si vince. Negli ultimi sette anni di Strega e Campiello, su quattordici premi, cinque sono andati allo struzzo e due a Giangiacomo, a contare i marchi. Quest’anno lo struzzo ha fatto doppietta, con Mari allo Strega e Fois al Campiello, e al Campiello è finita Einaudi contro Einaudi, tre voti di scarto: una finale di coppa giocata nel cortile di casa. Insomma, se il Nobel è una lotteria, lo Strega, ormai, è un abbonamento.

Una sola cosa vi chiedo, voi che avete inventato l’editoria italiana moderna partendo da una tipografia di provincia, da un ufficio in via Arcivescovado e da una biblioteca sulla storia del movimento operaio. Ricordate ai vostri eredi che anche voi eravate piccoli, o almeno nuovi, e che il catalogo si costruisce prima del premio, non dopo. Dopo si fanno solo le fascette.

Con l’affetto che si deve ai padri, e la franchezza che si deve ai morti,

Luca

P.S. Il prossimo ottobre date un’occhiata alle novità di qualche editore che non conoscete. Non per bontà: per statistica.


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