l’idea ti sembrava assai “incerta”, ma questo non ti aveva impedito di immaginarla. Dopo la morte ti eri augurato di trovare “un paradiso su misura, in tutto somigliante al solito locale”, dove però “il bere non si paga e non fa male”. Insomma, lassù in cielo, speravi che ai “santi tristi” e alla “massa dei rompicoglioni” Dio avrebbe preferito proprio i tuoi amici, “quelli veri”, come li chiamavi tu, assai “più divertenti”.
Correva l’anno 1983 quando uscirono i versi di questa canzone: la morte non era neanche all’orizzonte, allora, e anzi tu ci scherzavi su. Negli ultimi tempi immaginavi forse qualcosa di diverso per quello che sarebbe stato di te dopo il passaggio su questa terra: certamente non avevi più voglia di ritrovarti a cantare in un’osteria di fuoriporta. Di musica non volevi più saperne da un pezzo: preferivi definirti scrittore piuttosto che cantante. Eppure le tue canzoni hanno risuonato ininterrottamente in via Paolo Fabbri, non appena si è diffusa la notizia della tua morte.
Quelli che ti hanno ascoltato e seguito per una vita non hanno perso tempo: si sono riuniti fuori dalla tua storica casa di Bologna, hanno imbracciato le chitarre, cantato le tue canzoni e stappato bottiglie di vino come non ci fosse un domani. Sono andati a renderti omaggio, a ringraziarti per aver regalato loro canzoni ed emozioni, storie senza tempo che ancora oggi, a cantarle, fanno venire i brividi: le rivivi, le senti tue, ritrovi quello che eri quando le cantavi. Per qualcuno è stato come perdere un pezzo di sé, come mettere la parola fine su una fase della propria vita, su parole, storie, amori, passioni, entusiasmi che a cantarli ti infiammavano ancora, a qualsiasi età: avevano il potere magico di riportarti indietro, al punto esatto in cui le avevi capite e fatte tue per la prima volta, e poi non avevi più smesso di cantarle, perché ogni volta era come riviverle daccapo, nello stesso identico modo. Come se il tempo, le stagioni, i cambiamenti non avessero lasciato traccia.
Tu questo potere ce l’avevi, sia con le tue canzoni più autobiografiche, sia con quelle di ispirazione letteraria. Coglievi nel segno, andavi dritto al punto, al senso del romanzo che mettevi in musica, costruivi i personaggi e ce li restituivi con i loro dubbi, le incertezze, i sogni, gli ideali. Ce li cucivi su misura e, con un niente, riuscivi a renderli attuali, a legarli al tempo che stavamo attraversando. Così il loro vivere e sentire diventava presente: lo hai fatto con Signora Bovary, con Cirano, lo hai rifatto con Don Chisciotte.
Lo facevi magistralmente anche con le tue avventure, nelle canzoni più autobiografiche. La storia la costruivi e ci lasciavi il tempo di seguirla, vederla crescere, trasformarsi, tingersi di nostalgia e malinconia, per poi riprendere fiato, verso la fine, con una speranza di rinascita che non si assopiva mai. E noi, sempre lì, a viverle, a farle nostre, fin dentro le viscere.
Te ne sei andato, Guccini. Con te se ne vanno i migliori anni, i ricordi, le palpitazioni, i cambiamenti.
Nell’anno 2026 di nostra vita, a te, “giullare da niente ma indignato”, dedichiamo “queste parole da poco, sperando che tu non le prenda come un gioco” e non le rinneghi, perché parlano della tua musica andata.
Grazie, Francesco.




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