Che senso ha? Lo so, è la domanda sbagliata. È quella che si fanno i ragazzini seduti sulle rive con i piedi a penzoloni sull’acqua e i vecchi al bacaro, e io non sono più l’una e non ancora l’altra. Però è l’unica che mi viene, la mattina, davanti allo specchio, con lo spazzolino in bocca e la schiuma che cola sul polso.
Che senso ha lavarsi i denti. Due minuti, dice il dentista, movimenti circolari. Che senso ha alzarsi alle sei e mezza, il pilates il martedì in una palestra ricavata da un magazzino che odora ancora di sale, lo yoga il giovedì, il radicchio, i semi di lino, l’acqua a temperatura ambiente. Forse, mi sono sempre detta, è come remare contro la corrente in un canale che comunque sfocerà in laguna, sperando che nel frattempo non ti venga addosso nessuna barca. Insomma, rallentare l’inevitabile sperando di evitare l’irreversibile.
Ma poi. Farsi trovare pronta. Pronta a che? Informata e in forma, per chi? Non è tempo in cui ti pagano per aver capito le cose: ti pagano per stare zitta, o per gridare più forte degli altri, e io non so fare né l’una né l’altra cosa. Allora lavoro per i soldi. Per necessità. E qualche volta, ed è la parte che mi fa più schifo pensare, per abitudine: perché la sveglia suona e il corpo va, come va il cane quando prendi il guinzaglio. Poi basta niente. Basta uno studio al primo piano di un palazzo di Cannaregio, con le piante finte, le finestre gotiche che non si aprono e il calendario di una ditta farmaceutica fermo al mese prima. Basta un uomo col camice aperto e le mani intrecciate sulla scrivania, che mi guarda come si guarda qualcuno a cui si sta per dare il resto sbagliato. Contrito. E però implacabile, perché il resto è quello, e non si discute.
«Neoplasia», dice.
E io penso: parla così perché ha studiato.
«Signora, stiamo purtroppo parlando di un tumore.»
Così, per essere chiari. Per non lasciarmi nemmeno quel mezzo minuto in cui avrei potuto fingere di non aver capito.
Tumore. Una parola che finisce su una vocale chiusa, come una porta. La parola dopo la quale non dovrebbe esserci più nessuna domanda, né giusta né sbagliata. L’incudine sulla zanzara. E invece.
E invece la prima cosa che ho pensato, lì per lì, con la borsa stretta sulle ginocchia, è stata che quella mattina mi ero lavata i denti. Bene. Due minuti. Movimenti circolari. Ma che non era servito a nulla.
Altro che laguna, altro che barchetta addosso, altro che inevitabile o irreversibile. Ora mi trovavo in mare aperto. E ad arrivarmi addosso era uno transatlantico.
Sulle Fondamente Nove mi sono seduta su una bitta. Un gabbiano si è posato poco lontano, ha condotto una rapida ispezione, ha stabilito che non avevo niente da offrirgli e se n’è andato senza fretta.
Ho preso il telefono: avevo tre persone a cui dirlo. Ma con nessuna delle tre parlavo più da molti anni.




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