parallels

— editrice


Otello non era il tipo da accorgersi subito delle catastrofi. Ci arrivava sempre con un certo ritardo, come uno spettatore che entra al cinema quando il film è già cominciato. Quella mattina gli parve soltanto di essersi svegliato un po’ più pesante del solito. Colpa del tempo, forse, o della cena della sera prima. Clara aveva insistito per preparare la pasta “come una volta”, e Otello, come una volta, ne aveva mangiata troppa.
Quando provò ad alzarsi, però, le gambe rimasero ferme. Le fissò per qualche secondo, con la vaga sensazione di essere vittima di uno scherzo.
Clara entrò poco dopo. Era una donna che cercava sempre di apparire calma, il cucchiaino del caffè tremava però come l’ago di una bussola impazzita.
«Tutto bene?» chiese, posando la tazza sul comodino.
Otello le rivolse un sorriso tranquillo, lo stesso che si fa ai bambini quando chiedono se esiste Babbo Natale.
«Sì, sì, solo un po’ di intorpidimento. Mi passerà.»
Ma non passò. E nel giro di un’ora Clara stava già parlando col pronto soccorso, con la voce incrinata da un tono che non era ancora disperazione, ma ne aveva già preso la rincorsa.
L’ambulanza arrivò in ritardo, come tutte le cose importanti. Otello, da uomo pragmatico e testardo quale era, non si scompose. Si chiese soltanto se fosse il caso di pettinarsi: certe disgrazie, pensava, andrebbero affrontate con un minimo di decoro.
Il medico era giovane, impassibile, con quell’aria neutra che si impara nei corridoi degli ospedali per non far trapelare nulla, e di chi sa che le parole sono sopravvalutate. Parlò poco. Clara lo ascoltava in silenzio, stringendo la borsa con entrambe le mani, mentre il marito veniva caricato sulla barella.
Più tardi, in ospedale, Otello si ritrovò a riflettere sulla vita che non cambia mai in modo spettacolare. Non arriva un segnale, un presagio, un annuncio. Accade tutto in sordina, come quando la corrente se ne va e ti accorgi troppo tardi che il frigorifero è già spento. A volte è il corpo che decide di scioperare; altre, un treno che deraglia, un’amicizia che si spezza, o una guerra che comincia in un paese che fino a ieri non sapevi nemmeno collocare sulla carta geografica.
Il principio è sempre lo stesso: ti svegli una mattina, e il mondo ha deciso di voltarsi dall’altra parte.
A un certo punto della vita — pensava Otello mentre attendeva l’esito degli esami e rispondeva ad alcune domande con la voce di chi abita già altrove — in quel punto esatto, qualcuno o qualcosa ti dice, o ti sussurra, che non puoi più fare o essere ciò che sei stato fino a qualche minuto prima. Può essere una persona qualsiasi, più spesso un dottore, o il suono di uno schianto che continuerà a rimbombarti nella testa per molto tempo.
In quel preciso istante è come se le abitudini di sempre ti urlassero in testa. Il corpo resiste, e per molto ancora sembra non voler credere a ciò che è successo. Come se avesse una memoria tutta sua, il corpo, e trattenesse con mani e piedi i pensieri che intanto cercano risposte altrove. Persino le cose più piccole diventano tesori sommersi: respirare, grattarsi, aprire gli occhi, camminare.

Fu quello che scoprì Otello quel giorno — o meglio, quella mattina — quando non riuscì più ad alzarsi dal letto. Sentiva che la vita vissuta fino ad allora stava scivolando via sotto i suoi occhi, come un oggetto lasciato cadere nell’acqua: visibile ancora per poco, poi sempre più lontano, fino a scomparire. Lentamente, e per sempre.

Eppure, in quello stesso momento, successe l’imprevedibile. Una forma di accettazione, forse, o la semplice consapevolezza che tutto ciò che svanisce non scompare mai del tutto. Sta di fatto che da allora Otello cominciò a sorridere. A volte si metteva a ridere addirittura a crepapelle.

Un sorriso continuo, che spiazzava tutti: i parenti, gli amici, persino i medici che lo osservavano con un misto di stupore, tenerezza e disorientamento. Sembrava quasi che Otello custodisse un segreto, un motivo preciso per quella folle serenità disarmante. E non smise più di sorridere. Anche tra le lacrime, anche nella commozione più profonda, lui sorrideva.


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