parallels

— editrice


Secondo piano, Palazzo di Giustizia, Milano. Alle pareti, ogni tre metri, una porta di legno scuro con una targhetta di ottone. Le targhe le ho lette tutte, stamattina, perché il mio avvocato mi aveva detto di non guardare i giornalisti. Ma non sono riuscito a ignorarvi. Con le vostre sigarette accese fra una pausa e l’altra, appollaiati sulle spalle del potere che ripetete fino alla nausea di voler controllare, convinti di essere cani da guardia quando non siete altro che guardiani. Voi che non sapete nemmeno cosa significhi avere potere, eppure ne avete, eccome, e guai a chi lo mette in discussione.

La finestra in fondo al corridoio dà sul cortile interno. Ci sono sei di voi, là sotto. Li conto senza volerlo, come si contano le crepe nel soffitto quando non si riesce a dormire. Uno di loro lo riconosco. La sciarpa bordeaux, il modo di portare la sigaretta alla bocca come se fosse un gesto necessario. Ferretti. Cinquantadue anni, giudiziario per un quotidiano nazionale, mi ha dedicato un profilo di mezza pagina quando ne avevo trentadue. Citava mio padre. Mia madre ha incorniciato l’articolo.

Adesso ride di qualcosa che ha detto il collega accanto a lui. Non è crudeltà, quella. Vorrei quasi che lo fosse — quello che vedo dal secondo piano è più semplice, è indifferenza professionale. Io sono la pratica delle undici e trenta. Tra un’ora saranno già sulla pratica delle due.

Giovane, scrivevate. Coraggioso. Finalmente uno che parla diverso. E io, stupido con la presunzione degli intelligenti, ho scambiato quell’appetito per rispetto. Non eravate entusiasti di me. Eravate entusiasti della storia. E la storia bella, quella che vende, quella che fa sentire il lettore sveglio e il giornalista coraggioso, non è la storia di chi cambia le cose.

Questo è il vostro mestiere vero, l’unico che sapete fare con vera maestria: costruire il piedistallo non per onorare, ma per guadagnare quota prima di spingere. Più in alto sale l’eroe, più fa rumore quando tocca terra. E quel rumore lo chiamate notizia. Non siete cani da guardia, vi illudete, vi avessi sentito abbaiare almeno una volta contro il vostro editore o contro i vostri principali inserzionisti. E Dio solo sa quanto sarebbe necessario.

L’editore, lui lo sa. L’editore lo ha sempre saputo, con quella intelligenza fredda e paziente di chi ha fatto i soldi per davvero, non di chi li ha solo ereditati o immaginati. Il giornale non si compra per guadagnarci. Si compra per non perdere con tutto il resto — con il cemento, con le concessioni, coi palazzi in periferia che si sfaldano dopo pochi anni e quelli di lusso in centro per i calciatori, i manager e l’ultima generazione di una dinastia per bene; con i debiti che le banche rinnovano ogni tre anni e l’illusione di poter fare qualche favore ogni tanto. Il giornale è uno scudo, voi siete lo scudo. Siete un telefono sempre acceso, pensate di avere uno scoop in mano, ma in realtà sono istruzioni. Il giornale è la certezza silenziosa che certe storie restino storie e non diventino processi, che certi nomi circolino nei salotti e non nelle aule. Come la mia, fino a poco tempo fa.

Non ve lo dice, l’editore. Non deve. Vi lascia liberi su tutto quello che non conta, e quella libertà la sentite vera perché in parte lo è — potete scrivere di costume, di scandali lontani, potete essere coraggiosi su tutto ciò che non disturba niente di essenziale. Anzi, è preferibile che lo siate: un giornale che non attacca mai nessuno non è credibile, e un giornale non credibile non protegge nessuno. Quindi attaccate. La scelta la fate ogni giorno senza che nessuno ve la imponga, perché l’avete imparata nell’aria della redazione, nel modo in cui si abbassa la voce quando si pronunciano certi nomi o in cui si cambia discorso. Il direttore lo ha imparato meglio di voi e vi guida vestendo i panni del sacerdote devoto alla causa della libertà di stampa. È una liturgia. E come tutte le liturgie, non richiede fede. Richiede solo che il gesto venga ripetuto con precisione a ogni riunione di redazione.

Mi guardo. Non so perché ci sia uno specchio in fondo al corridoio di un palazzo di giustizia. Ho ancora il vestito buono. Ho trentasei anni e ne dimostro molti di più. Nel riflesso vedo la finestra e oltre la finestra il cortile. Ferretti sta spegnendo la sigaretta sul bordo di un vaso di cemento. Stanno rientrando. Mi sistemo la cravatta. Non perché cambi qualcosa. Ma perché i gesti inutili, in certi momenti, sono gli unici che restano davvero tuoi. Mi volto verso l’aula. Raddrizzo le spalle. Faccio quello che si fa in questi casi. E spero — con una chiarezza che non avrei voluto — che Ferretti mi veda entrare. Sono le undici e ventinove.


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