è da un po’ che volevo scriverti. Poi è arrivato il tuo articolo — quello sulla famiglia del bosco — e adesso non posso più farne a meno.
Da settimane ruminavo questa storia, i suoi strappi, le sue polemiche e il polverone che ha sollevato. Una matassa come se ne vedono poche: fatti che tutti credono di conoscere e che quasi nessuno si prende la briga di mettere in fila; interessi politici che, al minimo fruscìo, fiutano l’occasione per distrarre l’opinione pubblica o, quando si sentono ispirati, per denunciare le contraddizioni di una società che dicono di voler cambiare, puntando il dito verso l’avversario di turno.
Insomma, la vicenda si è comportata da perfetto catalizzatore: ha condensato dentro di sé un bel campionario di sgangheratezze del nostro tempo.
Al centro — non dovremmo dimenticarlo, ma lo dimentichiamo sempre — c’è una famiglia. E sulla famiglia, negli ultimi anni, abbiamo discusso, litigato, legiferato e, permettimi, anche straparlato. Famiglia arcobaleno, monogenitoriale, tradizionale, “nucleo della società”, “Dio, patria e famiglia”: un rosario di definizioni brandite come clave. A questo si aggiunge l’elemento emotivo, che con i bambini non manca mai: creature senza volto e senza voce sulle quali proiettiamo un istinto protettivo tanto sincero quanto, talvolta, cieco.
Poi viene la politica, che si è arrampicata sulla vicenda come un gatto sul tetto, pronta a sferrare gli artigli: pro o contro i giudici, pro o contro i servizi sociali, pro o contro lo Stato. E si sa come finisce: non si discute più del caso, ma dei massimi sistemi.
Infine, il teatrino mediatico. Una storia così ben congegnata — bambini, boschi, alternative di vita, tribunali, scandalo — non poteva certo lasciarlo indifferente, e infatti non lo ha fatto.
Quel che mi preme dirti riguarda soprattutto gli ultimi due punti.
Mi ha colpito — e, a dirla tutta, anche un po’ spaventato — la protervia, per giunta la stoltezza con cui si sono schierati gli uni e gli altri. Da una parte chi, senza aver messo piede in quel bosco né visto il rudere che chiamavano casa, ha decretato che i bambini andassero presi ai genitori “per il loro bene”. Dall’altra chi, con eguale sicurezza, ha trasformato la famiglia in eroi romantici, novelli Robinson Crusoe perseguitati da un Leviatano onnivoro. E fra questi ultimi intravedo la tua sigaretta, o sbaglio?
Ora, caro Massimo, tu meglio di me sai che quando le idee diventano bandiere, la verità fa la fine della polvere sotto i tappeti: si spazza via.
Si è parlato troppo — e male — di “modello di vita alternativo”, come se la faccenda fosse una battaglia campale tra modernità e primitivismo. E troppo poco di ciò che dovrebbe venire prima di ogni considerazione ideologica: come stavano davvero quei bambini. Non come immaginiamo, non come speriamo, non come temiamo: come stavano davvero.
O forse di questo se ne sono in realtà occupati assistenti e giudici, amici e parenti — come è normale — ma ai più, in verità, non interessa.
Perché il punto, Massimo, è che la vicenda non inizia con l’ordinanza. Inizia molto prima. È un fatto che la famiglia vive nei boschi di Palmoli dal 2018, in modo autosufficiente: senza rete idrica né elettrica, a pozzo e pannelli solari, legna per il riscaldamento, un po’ di coltivazioni. Da sette anni, non sette mesi. Ed è un fatto che i tre figli — due gemelli di sei anni e una bambina di otto — ricevessero istruzione parentale, o una sua variante.
È un fatto che nel settembre 2024 ci sia stata la prima segnalazione ai servizi sociali: un’intossicazione da funghi e ricovero in ospedale. È un fatto che il monitoraggio sia durato un anno intero — casa fatiscente, utenze assenti, roulotte, isolamento sociale, criticità sanitarie e scolastiche — fino al 13 novembre 2025, quando il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha sospeso la responsabilità genitoriale e disposto l’allontanamento.
Il giorno dopo — e dico il giorno dopo — arriva il famoso articolo del Telegraph: “We dropped everything to live in the woods. Now police want to take our children away.” Ma prima di questo, la vicenda non interessava praticamente a nessuno a livello nazionale e internazionale. E sfido chiunque a provarmi il contrario con fatti, numeri e citazioni, no impressioni, please, o perdite di tempo, grazie. Ci ho perso una giornata intera a ricostruire un archivio di articoli usciti sulla vicenda.
Poi arriva il 20 novembre 2025, quando l’ordinanza viene eseguita e i bambini portati via dal bosco. E lì parte lo shitstorm nostrano: dichiarazioni politiche, rimbalzi mediatici, un ventilatore acceso a forza cinque, pronto a spargere letame sulle pareti delle italiche cervella.
Vuoi qualche esempio?
Matteo Salvini, 21 novembre: “Da genitore, mi vergogno per come si sta comportando lo Stato italiano”.
Giorgia Meloni, stessa data: “Valuto l’invio di ispettori al Tribunale dell’Aquila”.
Carlo Nordio, tra il 21 e il 22: atto “grave”, accertamenti avviati, e il 26 la promessa di esercitare i poteri disciplinari se necessario.
E così, al posto dei fatti, sono piovute interpretazioni e attacchi scomposti — un governo che si vergogna dello Stato che dovrebbe governare. Al posto delle analisi, slogan. Al posto dei dubbi, certezze granitiche — che sono sempre il segno dell’ignoranza più ostinata o della malizia d’accatto.
Prendiamo i giudici che, dopo anni di attacchi centripeti, ormai non li può vedere più nessuno (e non sarò certo io, come sai, a difedere la categoria). Si è gridato all’abuso di potere, alla persecuzione ideologica, allo Stato che agisce contro i suoi cittadini.
Io non so — e dubito che lo sappia qualcuno — se la loro scelta sia stata giusta o sbagliata. So però che la giustizia minorile è un terreno scivoloso, dove ogni passo è un azzardo. Ma so anche questo: non c’è peggior confusione di quella che nasce quando la politica mette il naso dove non dovrebbe.
Ma non è nemmeno questo il punto, caro Massimo, perché di nuovo non c’è proprio nulla. Il cortocircuito fra media e politica è un vizio nazionale: azzanna le notizie per alimentare se stesso. È un gattino che si morde la coda credendosi il re della foresta.
Quel che mi inquieta davvero è il rumore. Quel rumore di fondo che travolge ogni vicenda pubblica e la frantuma in mille cori discordanti. Che non chiarisce, non illumina, non accompagna — ma copre, distorce, confonde.
E così, da un lato abbiamo una famiglia che forse avrebbe bisogno di aiuto, e dall’altro uno Stato che forse avrebbe bisogno di spiegarsi meglio. Ma in mezzo — come sempre più spesso accade — non si salva nessuno: né i bambini, né i genitori, né i giudici, né — soprattutto — la verità.
E la verità, bada bene, non si nasconde negli abissi: spesso galleggia in superficie, nelle posture, nei riflessi, nelle reazioni. E infatti questa storia del bosco dice tre cose su di noi.
La prima: che una società degna si misura nella tutela delle minoranze (la famiglia nel bosco e la sua comunità locale), non nella prepotenza della maggioranza che pretende di imporre la sua visione.
La seconda: che la separazione dei poteri — compreso quel quarto potere che oggi gioca a fare il primo — è andata in frantumi, con buona pace di chi la professa a parole e la dileggia nei fatti.
La terza: che abbiamo smarrito il senso della misura. E non parlo della prudenza — che già sarebbe molto — ma della misura. Quella virtù modesta che impedisce di trasformare ogni episodio in un’apocalisse, ogni errore in un delitto, ogni scelta in una guerra civile.
Viviamo in un Paese in cui si pretende di giudicare tutto e subito, senza sapere nulla e senza voler sapere nulla e se i giornali e la tv fanno quello che possono in questo senso (ma tanto nessuno più li legge o li guarda), sul web è caccia aperta a chi la spara più grossa, un safari dell’imbecillità violenta. D’altra parte, quando ignori i fatti, ti restano due alternative: l’indignazione o il tifo. O, peggio, entrambe. E siamo esattamente lì: secondo anello, curva nord dell’imbecillità.
Così facendo ogni vicenda si gonfia, dilaga, deborda, fino a diventare un referendum permanente su ciò che siamo e su ciò che dovremmo essere. E alla fine non resta più nulla della cosa in sé: solo proiezioni, paure, fantasmi. E una valanga di parole che non sposta di un millimetro la realtà.
Ecco, caro Massimo, che cosa mi lascia questa storia del bosco: l’ennesima conferma che abbiamo perso la capacità di guardare i fatti per quello che sono, senza metterci sopra lo stampo delle nostre fisime ideologiche.
Non sappiamo più ascoltare, non sappiamo più attendere, non sappiamo più dubitare. E senza il dubbio — lo sai meglio di me — non c’è libertà, ma solo sudditanza: verso i poteri, verso i pregiudizi, verso il rumore.
E intanto, in tutto questo fracasso, i bambini diventano simboli, i genitori diventano cause, i giudici diventano bersagli. Ma persone? Quelle non le vede nessuno.
Ed è questo, alla fine, il punto più amaro: che la verità, quella semplice e silenziosa, finisce schiacciata tra gli strepiti. E quella famiglia, oggi minoranza bersagliata da strategie politiche e mediatiche, domani sarà maggioranza sovranista, la quinta essenza dell’elettorato di un novello Trump italico, giunto per aprire la gabbia dei leoni, quelli veri, da aizzare contro chi non li ha tutelati al momento opportuno, convinti che adesso toccherà a loro, maggioranza rancorosa, a far tabula rasa di quel che resta dei corpi intermedi.
Quella famiglia andava tutelata, per giunta difesa dal chiasso mediatico e politico. Ha sbagliato ? I figli erano in pericolo ? Forse. Ma non andavano messi in croce. Quelle scelte, per quanto inconsuete, andavano capite, semmai corrette con gli strumenti della prudenza, delle competenze e della consocenza dei fatti, ma non gettate nel chiacchiericcio scandalistico.
La responsabilità del giornalismo non è stata dunque quella di indurre i giudici a prendere delle decisioni sotto il fuoco incrociato delle polemiche in prima pagina (faremo torto ai fatti, che dimostrano chiaramente il contrario, e ai giudici che fino a prova contraria sono professionisti), la responsabilità di alcuni giornalisti (sempre gli stessi) è quella di aver fornito ancora una volta uno spazio sproporzionato alla ciancia propagandistica e di averlo fatto perché miopi, succubi, fissati, ma anche coprotagonisti e beneficiari ultimi di un circo mediatico in cui non si rendono conto di fare la figura della sciemmietta col vestitito da maggiordomo: credono di poter dare qualche frustata al politico di turno, ma bastano poche noccioline, e voilà, hanno mal di schiena.
E’ una storia lunga. Una minoranza di giornalisti, sempre gli stessi, si chiude in uno studio televisivo insieme a una minoranza di politici, sempre gli stessi, e detta l’agenda, i temi, domande e risposte, ognuno con pochi secondi a disposizione per dire qualcosa, non importa cosa (qualcosa di buono si dirà), secondo un copione circolare e continuo. Una goccia cinese nel deserto. Dove tutto evapora.
Quella famiglia, come i novax durante la pandemia, pone domande a una società ormai cieca e sorda. Dà risposte discutibili, certo, se ne parlerà, ma pone domande sull’ambiente, sul consumismo, sui rapporti sociali. Sono convinto che non siano una minaccia allo statu quo, al mainstream, alla democrazia, e nemmeno il simbolo di una libertà assoluta che lo Stato, sempre più piccolo e pavido, non deve mettere in discussione, al contrario: sono una risorsa per non continuare a commettere gli stessi errori, per riaprire gli occhi e sturarci le orecchie, prima che loro e noi tutti non diventiamo un muro talmente invalicabile, dietro al quale sepellire quel che resta della nostra società.
Caro Massimo, buona giornata. Stammi bene.
Tuo Luca




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