Nella Confederazione delle Valli e delle Cupole, il mestiere più antico non era quello del fabbro né quello del contabile, ma quello del messaggero.
I messaggeri partivano dalle città di confine, dalle valli dove il vento scompaginava i laghi, dai cantoni dove le lingue cambiano di villaggio in villaggio, attraversavano passi, stazioni, corridoi di neve, treni serali e, ogni sera, arrivavano nella grande casa delle notizie dove raccontavano ciò che avevano visto. Uno arrivava dalla città dove le bandiere si muovono tutte insieme come un campo di fiori ordinati. Un altro arrivava dalle campagne dove la gente vota nelle palestre delle scuole e poi torna a casa a cucinare la cena. Un terzo portava storie dalle montagne dove purtroppo accadevano a volte tragedie improvvise e silenziose.
Le loro storie venivano messe in fila come lampade accese ed era così che il paese poteva vedere sé stesso.
Un giorno però i contabili del Regno presero i fogli del bilancio, le entrate che diminuivano e le uscite che crescevano, e tracciarono una linea sottile che attraversava le mappe.
— Bisogna risparmiare — dissero.
E quando i contabili parlano, si sa, il mondo assume la forma di una tabella. Guardando la carta del paese, notarono che i messaggeri erano sparsi ovunque: in alcune città, in alcune regioni, in alcuni paesi lontani. Sembrava quasi che il loro compito fosse osservare tutto.
— Forse — disse uno dei contabili — non è necessario guardar tutto.
Un altro contabile, che amava le cifre come si amano le pedine degli scacchi, indicò con la penna una regione di confine.
— Qui basterà un solo messaggero.
La regione era vasta: sei cantoni, un lago, alcune grandi città e molte strade che si incrociano.
— Un messaggero solo — ripeté il contabile — può coprirlo.
La notizia giunse alle orecchie del messaggero che viveva lì. Non era la prima volta che qualcuno diceva che bastava. Nelle mappe dei contabili le distanze sono brevi. Le relazioni non occupano spazio. Gli anni passati a capire un territorio non pesano nulla. Nelle mappe dei messaggeri, invece, ogni luogo è fatto di legami invisibili: la fiducia di un sindaco, il numero di telefono di un pescatore, il bar dove si capisce davvero cosa pensa la gente. E quelle mappe non stanno nei bilanci.
Nel frattempo, sotto la Cupola, la vita politica continuava come sempre. Ogni giorno nuovi annunci, nuove mozioni, nuove iniziative che promettevano di cambiare o di salvare il mondo. I corridoi della Cupola producevano notizie come una macchina produce vapore.
I messaggeri che lavoravano lì erano diventati bravissimi a raccontarle. Così bravi che spesso nessuno si chiedeva più se fuori stesse succedendo qualcosa di più importante.
Un sabato, per esempio, in una piccola città su un lago si svolse una marcia silenziosa. La gente camminava per chiedere giustizia per una tragedia accaduta in montagna. Non c’erano slogan, soltanto passi. Ma nello stesso momento, in una sala elegante della politica di un’altra città, un partito discuteva dell’ennesima iniziativa lanciata da un altro partito. I messaggeri andarono alla sala elegante. La marcia sul lago rimase lì, come una costellazione che nessuno guarda perché tutti osservano il lampione più vicino.
Era una questione di baricentro — si disse il messaggero della regione di confine. Un paese è come una bilancia: se tutto il peso si sposta verso il centro, il resto diventa leggero e vola via.
Un giorno accadde qualcosa di terribile in un villaggio chiamato Kappa. La notizia corse veloce per tutte le valli e i messaggeri si mossero immediatamente. I primi ad arrivare furono quelli della Cupola, perché erano vicini. Erano bravi messaggeri. Raccontarono bene ciò che vedevano.
Il messaggero della regione di confine cominciò allora a pensare che forse il problema non fosse quanti messaggeri restavano. Era dove si trovavano.
— Se togliamo occhi dal territorio — pensava — finiremo per guardare sempre dalla stessa finestra. E più si guarda da quella finestra, più il mondo sembra coincidere con ciò che si vede da lì.
Nel frattempo, un giorno di marzo, il paese votò. Non era la prima volta che i cittadini decidevano se la casa delle notizie dovesse continuare a esistere. Ogni tanto il paese ama chiedersi se ha davvero bisogno di specchi. E il risultato arrivò la sera.
Fu un risultato chiaro e netto: vogliamo una casa delle notizie che resti nel territorio. Il messaggero della regione di confine pensò che quel voto fosse come una bussola.
Eppure, nello stesso momento, i contabili continuavano a fare i loro calcoli. Sulla carta, tutto sembrava funzionare: un messaggero poteva coprire sei cantoni. Sulla carta, non si sa come, ogni problema trova sempre una soluzione elegante.
Il messaggero della regione di confine sentiva crescere una stanchezza sottile, quella che nasce quando la distanza tra ciò che è possibile e ciò che viene percepito diventa troppo grande. Così decise di scrivere un racconto. Non per decidere alcunché — visto che le decisioni spettano sempre ad altri — ma per lasciare una traccia. I racconti, dopotutto, sono come i messaggeri: servono a ricordare che la vita non è fatta di corridoi, ma di strade, paesaggi, avventure, persone e incontri. E che se le strade smettono di essere percorse, anche la Cupola, prima o poi, smette di sapere cosa c’è fuori dalle sue finestre.




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