L’incredibile fu quando vide passare davanti a sé un intero battaglione di soldati in tuta mimetica seguiti da due carri blindati. Stava passeggiando nel bel mezzo della foresta del Ramaclé vicino al ponte Turrian ed eccoli arrivare, dove la Sarine creava un bivio per poi ricongiugersi poco più avanti. Un’esercitazione, si era detto — che avrebbe raccontato più volte, e che proprio quel giorno, quarant’anni dopo, guardando fuori dalla finestra dell’ufficio, gli era tornata con la precisione fastidiosa delle cose che non si sono mai capite del tutto.
L’apparizione di quelle truppe lo sorprese in tutti i sensi, come se quei corpi mimetici tra i faggi e i pini toccassero qualcosa di molto più antico della ragione, qualcosa che somigliava al ricordo di un altro bosco, di un’altra estate — quale, esattamente, non avrebbe saputo dirlo nemmeno quarant’anni dopo, seduto alla scrivania con quella scena ancora intatta da qualche parte in testa.
I soldati passavano comunicando a gesti, con quella finzione degli adulti che giocano alla guerra sapendo di giocare, e lui li guardava dal bordo del sentiero — si era fatto da parte istintivamente, come si fa con le processioni e i funerali — e li guardava.
Durò pochi minuti, uno o due, i carri blindati passarono per ultimi, poi il bosco tornò a sé stesso — il rumore dell’acqua, gli uccelli — e lui rimase fermo ancora qualche secondo, aspettando di capire se quello che aveva visto centrasse qualcosa con la propria vita. Non lo capì e rientrò in ostello.
Erano passati diversi giorni da quando era partito da Gand, da quei quattro giorni di sbornia totale insieme ad amici — non li aveva contati, li aveva piuttosto vissuti come una convalescenza. L’ostello era vuoto, o quasi: un paio di zaini in un angolo, qualche giacca appesa, nessun volto da ricordare. E lui aveva cominciato a camminare ogni giorno lungo la Sarine, non perché avesse qualcosa da cercare, ma perché camminare era l’unica attività che non richiedesse di sapere cosa fare dopo.
Di lei, intanto, nessuna notizia dopo che lui aveva mancato l’appuntamento a Berlino sotto la porta di Brandeburgo e ne aveva perse le tracce. Solo qualche parola scambiata al telefono con la sorella: non era ancora tornata a casa dal suo viaggio. Lo avrebbe fatto a breve.
«A breve» — due parole pronunciate con quella gentilezza che si riserva alle cose di cui non si è responsabili, e che lui aveva portato con sé lungo le passeggiate senza sapere bene cosa farsene. Potevano significare «domani», potevano significare «la settimana prossima», potevano significare — e questa era la lettura che si imponeva nelle ore più silenziose — che non c’era più un «breve» condiviso, che i loro tempi si erano separati da qualche parte tra Gand e Berlino e ora correvano paralleli, senza che nessuno dei due avesse preso una decisione in proposito.
Dal telefono dell’ostello — un apparecchio grigio fissato al muro del corridoio, con la cornetta pesante e il disco da girare, di quelli che costringono a stare fermi mentre si parla — aveva ringraziato la sorella con una voce che cercava di sembrare tranquilla. Quarant’anni dopo ricordava precisamente l’odore che si appiccicò alle sue narici nel momento in cui riagganciò la cornetta. Era ora di pranzo. Avevano preparato la solita raclette e insalata — quell’odore grasso e familiare di formaggio fuso che non aveva niente a che fare con lei, con Berlino, con niente di quello che stava vivendo, e che per questo era rimasto: perché era l’unica cosa reale in quel corridoio, l’unica che non chiedeva nulla.
D’altra parte, tutto intorno a lui parlava la stessa lingua. Le montagne erano indifferenti: erano lì da prima e sarebbero rimaste dopo, e la storia di un ragazzo che aveva mancato un appuntamento a Berlino per mancanza del passaporto non le riguardava in alcun modo. Eppure lui continuava a guardarle ogni mattina, quell’orizzonte fermo che non lasciava scappare lo sguardo verso nessuna fuga, verso nessun altrove che non fosse verso l’alto — un altro modo per dire: da nessuna parte.
Fu dopo l’ennesima chiamata, dopo averla finalmente sentita, dopo averle detto tutto il suo dispiacere e che sarebbe tornato a breve per abbracciarla e chiederle scusa, che capì.
La sua voce non aveva la tonalità del rimprovero — che sarebbe stato più semplice, quasi un dono nella sua chiarezza. Aveva quella qualità particolare della comprensione, di chi ha già attraversato il dispiacere e ne è uscito, non indenne, ma in piedi. Lei aveva detto «lo so» e «non importa» e «torna quando vuoi», e in quelle tre formule lui aveva sentito qualcosa spostarsi, senza fracasso, con quel movimento silenzioso delle cose che trovano la loro posizione definitiva. «Torna quando vuoi» — non «torna presto», non «ti aspetto». Una frase che si capisce due volte: una subito, e una anni dopo.
Ma allora aveva scelto la lettura più semplice, forse l’unica disponibile a diciott’anni: aveva rifatto lo zaino. E il mattino dopo era partito, con il treno delle sette, attraverso le vallate ancora nell’ombra e poi nella luce, verso casa, verso lei — portando con sé, senza saperlo, quella capacità ancora acerba di stare fermo in un posto senza scappare e di ripartire quando era il momento e non prima: una cosa che si impara una volta sola e che poi, per il resto della vita, si porta dentro senza più ricordarsi dove e quando la si è trovata.




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