In seguito, avrebbe detto che era partito per il Belgio senza sapere bene perché e senza chiedersi se fosse una buona idea. Era l’estate dei diciott’anni, e a diciott’anni il mondo ha ancora quella luce al tramonto — intensa, obliqua, destinata a finire tardi. Da Gand, la cittadina belga verso cui stava viaggiando, avrebbe poi dovuto raggiungere la sua ragazza a Berlino, appuntamento alla porta di Brandeburgo. All’epoca il muro, quel muro, era appena caduto, ma questo non avrebbe cambiato le cose.
In Belgio lo aspettavano Albert e Elias, ospiti di un ragazzo che Albert aveva conosciuto negli Stati Uniti — una di quelle catene di conoscenze vaghe e improbabili che a quell’età sembrano del tutto naturali, quasi necessarie. Il programma, per quel che valeva, era semplice: tenda in giardino, tre giorni di birra durante le Feste di Gand, il corpo giovane usato come si usa una cosa di cui non si conosce ancora il valore e basta.
Aveva attraversato la Svizzera di notte, e lui ricordava — o credeva di ricordare — certe montagne bianche oltre il finestrino, certe stazioni illuminate nel buio come gioielli abbandonati ma a quarant’anni di distanza si sa come sono i ricordi.
Arrivò a Gand a sera tardi, e li trovò in bicicletta: Albert, Elias, e l’amico — un nome fiammingo, duro e impronunciabile. Un tipo simpatico, uno di quelli con cui si può bere senza dire niente di importante.
Gand lo prese subito con sé. Dopo così tanti anni ricordava ancora quella sensazione di essere letteralmente scivolato nella festa fra migliaia di corpi giovani che si muovevano tra i palchi e bancarelle con quella grazia incosciente che appartiene solo a chi non sa ancora di avercela. La luce dei lampioni colorati che si appoggiava sull’acqua dei canali, la musica era ovunque. C’erano biciclette appoggiate ai muri, birre enormi in bicchieri di plastica, il selciato di Graslei che luccicava sotto le file di luci quasi fosse Natale.
I giorni successivi? Uno uguale all’altro, tanto da perdere la cognizione del tempo: il sole che picchiava sulla tenda fino a trasformarla in un forno, il risveglio intorno a mezzogiorno con la testa pesante e la bocca impastata, il tempo di ricostruirsi un volto, qualcosa da mangiare — e poi di nuovo Gand, di nuovo la notte, di nuovo la festa. Quattro giorni interminabili, identici e perfetti, avanti e indietro in bicicletta, sempre più malconci all’andata e sempre più ubriachi al ritorno, per strade di campagna che nessuno conosceva davvero e che non avrebbero saputo ritrovare mai più.
Di tutto questo, quarant’anni dopo, rimaneva pochissimo: un uomo alla scrivania, che avrebbe dovuto lavorare e invece stava a guardare fuori dalla finestra. Rimaneva una colonna sonora in testa, i Led Zeppelin, naturalmente, e un’unica scena, nitida e implacabile come certe fotografie che si trovano per caso: lui nel bagno di un locale, la fronte appoggiata alla porcellana fresca, che pregava nel solo modo in cui sa pregare un ragazzo di diciott’anni capottato dalla birra. Albert, che fino a quel momento aveva corteggiato una cameriera fiamminga appoggiato alla porta d’entrata del locale, a bussare a quella del bagno per sapere che fine avesse fatto. “Tutto bene?” e a quella semplicissima domanda la risposta che sarebbe diventata, negli anni, una leggenda privata: I am talking to Jesus!
Di tutto il resto non rimaneva molto, solo qualche frammento — una gita in campagna, un treno, lui e l’amico fiammingo seduti per terra vicino alle porte del vagone, a fianco di due ragazze che parlavano tra loro in quella lingua incomprensibile, e lui a guardarle col sorriso vago di chi non capisce e spera che non si veda. Solo all’ultima fermata, solo al momento di scendere, l’amico fiammingo aveva rivolto la parola alle ragazze rivelando così di aver capito tutto. Non seppe mai cosa si fossero detti. Non chiese. Aveva imparato già allora a ignorare con garbo, l’unica forma di eleganza che gli si era appiccicata addosso da quando era bambino.
Il quarto giorno, però, accadde qualcosa di irreversibile: la memoria gli tornò. All’improvviso, con la violenza precisa di certe sveglie al mattino: Berlino, lei, la porta di Brandeburgo, l’appuntamento. Si mise a rifare lo zaino urlando in mezzo al giardino, con quella frenesia commovente di chi sa già che è troppo tardi e parte lo stesso. Prese il primo treno utile.
Due controllori tedeschi lo fecero scendere in una stazione al confine con la Germania dell’Est — privo di passaporto, solo, con lo zaino e tutta la sua inutile giovinezza — e da lì seguirono tre giorni a Vienna in una solitudine totale, a cercare un telefono, a chiamarla, a sentire una voce che non era la sua. Poi, quasi per caso, quasi per stanchezza, la Svizzera: un ostello a Château-d’Oex, nel canton Vaud, unico ospite, le montagne tutt’intorno, il silenzio. Dove rimase una settimana intera, immobile, come si rimane in certi luoghi che sembrano scelti non da noi ma per noi. E lì successe l’incredibile.




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