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— editrice


Un anno prima che il frigorifero lasciasse il suo volantino sul ripiano delle uova, a Borgo Sgangherato tutto era sotto controllo. Lo diceva la Pentola a Pressione, e lo confermava il fischio che ogni mattina alle otto usciva dalle finestre del municipio, puntuale come le campane.

La Pentola governava con due alleati. Il primo era il Forno a Microonde, vicesindaco ai Lavori Pubblici, che faceva «bip» a ogni pensiero e girava di continuo sul suo piatto, così che nessuno sapeva mai da che parte fosse rivolto. La seconda era la Radiolina da cucina, assessore ai Rapporti con i paesi della valle. La Radiolina adorava stare sulla mensola accanto al vecchio Televisore, spento da anni ma ancora venerato in silenzio, ultimo testimone di un’epoca d’oro per Borgo Sgangherato che ormai nessuno osava più ricordare ad alta voce. Radiolina e Televisore erano attaccati alla stessa ciabatta, collegata a sua volta alla stessa presa. Del telecomando, invece, si sapeva soltanto che non era più in municipio. Qualcuno aveva suggerito di consegnarlo a un computer da tavolo, legittimo erede del Televisore, ma nell’inventario del comune della decisione non era rimasta traccia.

Il grande sogno del Microonde era il Ponte sul Fosso. Il fosso, largo tre metri e venti, separava il paese dalla frazione di Cannolo, e da sempre lo si attraversava su un’asse di legno. Il Microonde aveva fatto costruire un plastico, esposto nella vetrina della tabaccheria, e da tre anni ripeteva che i lavori sarebbero partiti «tra poche settimane».

La Pentola da anni preparava la sua grande riforma: la Riforma dei Cassetti. Da sempre, nella cucina comunale, forchette e coltelli stavano nello stesso cassetto, e capitava che un coltello, dopo anni di servizio, passasse a fare la forchetta. «È ora di separarli!», proclamò la Pentola. Due cassetti, due Consigli delle Posate e un’Alta Corte dei Cucchiai. Il regolamento imponeva di chiedere il parere di tutti i cittadini, e la Pentola accettò volentieri, perché era sicura del risultato.

Il giorno del voto andarono alle urne quasi sei abitanti su dieci, cosa che non si vedeva dai tempi della sagra con il porchettaro di Ariccia. Lo spoglio si fece in palestra, la sera stessa, con il maestro Dionigi che leggeva le schede ad alta voce e Tiburzio che segnava i voti alla lavagna. All’inizio il Sì era avanti, e la Pentola, in prima fila, lasciava uscire un filo di vapore soddisfatto. Poi arrivarono le schede della frazione, e quelle del gruppo del burraco, e quelle della casa di riposo, che avevano votato in blocco e avevano anche disegnato un fiorellino accanto alla crocetta. Alla fine Tiburzio tirò una riga sotto i numeri: cinquantaquattro per il No, quarantasei per il Sì.

Nella palestra calò il silenzio. Tutti si voltarono verso la Pentola. Il fischio arrivò dopo qualche secondo, ma non era il solito: uscì stonato, un bemolle sottile e incerto che fece abbaiare tutti i cani del paese. E per la prima volta, chi era seduto più vicino giurò di aver visto il coperchio sollevarsi di un millimetro. La Pentola si alzò, ringraziò gli scrutatori e uscì senza dire una parola. Ermenegilda, rimasta sola in mezzo alla palestra, si mangiò un manifesto del Sì e uno del No, per par condicio.

Fu in quella primavera che il Generale Tritatutto ruppe gli indugi. Era stato proprio il Microonde a portarlo in giunta, nominandolo suo vice. Ma il Tritatutto girava la manovella sempre più per conto suo, e qualche tempo prima o dopo del voto sulla Riforma dei Cassetti, nessuno lo ricorda vermaente,  entrò in municipio e annunciò di voler fondare un movimento tutto suo, Futuro Ghisa. Nel salone di Clotilde, sotto i caschi, nel giro di pochi mesi le clienti che dicevano di votarlo superarono quelle che votavano il Microonde, e poi raggiunsero quelle della Radiolina. In un comizio sotto il portico, il Tritatutto spiegò con orgoglio: «Da me vengono gli avanzi degli altri, e a me va benissimo così». Ma proprio in quel momento, nella cucina buia di casa Pellegatti, il compressore del frigorifero ebbe un sussulto anche se nessuno ci fece caso.

Chi invece ci fece caso, non tanto al sussulto del compressore del frigorifero di casa Pellegatti, ma del comizio di Tritatutto fu proprio la Pentola a Pressione, fece due conti e decise di riscrivere il regolamento elettorale: chi raggiungeva il quarantadue per cento dei voti avrebbe ricevuto sette sedie pieghevoli in più nel consiglio comunale. Così, una sera di settembre la Pentola convocò Tiburzio nel suo ufficio. Il ragioniere arrivò con la calcolatrice a manovella, sommò i voti del Microonde, della Radiolina e della Pentola stessa, rifece il conto una seconda volta, poi una terza. Si tolse gli occhiali. «Senza il Generale», mormorò, «al quarantadue non ci arriviamo». La Pentola restò in silenzio a lungo. Poi disse: «Scriva quarantuno». Tiburzio esitò. «Per quale motivo, signor sindaco?» «Per ragioni di stabilità». Il ragioniere cancellò il due, scrisse un uno, e mentre usciva si sentì alle spalle un fischio breve e soddisfatto.

E l’opposizione? L’opposizione si riuniva in cucina, la sera tardi, quando i Pellegatti dormivano. A guidarla, almeno a sentir lei, era la Macchinetta del caffè a capsule, lucida e di design, con un beccuccio cromato che pareva appena uscito dalla sartoria. Aveva già amministrato il paese due volte, con due maggioranze diverse, e per ciascuna aveva usato una capsula diversa. Diceva di essere rimasta sempre la stessa macchinetta, ed era vero: era cambiato solo il caffè. In soffitta, intanto, la vecchia Moka che il caffè in casa l’aveva portato per prima borbottava tra le travi, e la Macchinetta faceva finta di non sentirla.

Quella notte la Macchinetta propose le primarie. «Una capsula a testa», disse, «e vediamo chi fa il caffè migliore». Il robot multifunzione, dal fondo dell’armadio, ricordò che certe cose lui le aveva già vinte. La lavatrice rispose che le primarie non erano il suo campo di gioco e avviò una centrifuga per non sentire altro. La discussione sulle regole andò avanti fino alle due, e alle due nessuno era d’accordo su niente.

Fu allora, nel silenzio che seguì, che il frigorifero udì una voce dall’armadio delle pentole. Era il Tritatutto, che provava il discorso per la festa di Futuro Ghisa: «Gli avanzi sono miei».

Il frigorifero ronzò a lungo. Gli avanzi li aveva custoditi lui per una vita intera: lo yogurt dimenticato in fondo al ripiano, il mezzo limone avvolto nella pellicola, l’ultima fetta della torta della zia Pina, il sugo della domenica che bastava per il lunedì. Non erano di nessuno. Erano di tutti.

Nel cassetto delle verdure, accanto a una carota molto stanca, c’era un pennarello verde che Federico aveva perso mesi prima. Il frigorifero aprì lo sportello, lo raccolse con la mensola del burro e, con una pazienza infinita, cominciò a scrivere.

Quando ebbe finito, fuori cominciava ad albeggiare. Sul ripiano delle uova c’era un foglio con una scritta un po’ storta. Mancava pochissimo alle sette e quattordici di un martedì di ottobre. E fu proprio in quel giorno che il Frigorifero annunciò a tutta la valle che si candidava per diventare sindaco di Borgo Sgangherato.


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