parallels

— editrice


Uscire dalla Defcon numero dieci ci aveva lasciati come neon difettosi sotto il sole di Las Vegas. Il nostro motel era uno di quei posti che sembravano costruiti apposta per le fughe senza gloria: insegna tremolante, moquette che sapeva di polvere e pioggia. Ma non avevamo soldi, e andava bene così. A quel tempo il mondo era un flipper e noi la pallina impazzita.

Ogni santo giorno andavamo avanti e indietro dal Caesar’s Palace, dove i pezzi grossi si scambiavano contratti e segreti, all’Alexis Park, dove invece quelli col sangue negli occhi e le mani che danzavano sui tasti come stregoni passavano le ore a cazzeggiare, ridere e smontare il mondo. C’erano i ragazzi di Tor, Nathan li aveva seguiti in una presentazione e ne era tornato come se avesse visto Dio in una riga di codice. C’era Ian del Freeproject, pallido, affascinante, un’apparizione quasi religiosa — lo intervistai per il mio giornale, ma già allora, mentre parlava, pensavo che persone così svaniscono in fretta, come comete o canzoni. E Yak, più grande di noi, circondato da ragazzini che lo veneravano come un monaco Zen del cyberspazio; lo avevamo conosciuto all’HAL2001, un anno prima, un’altra botta di vita che ci era rimasta addosso come una bruciatura.

Quando partimmo, il deserto verso San Diego sembrava una lunga vibrazione arancione, e ogni tanto qualcuno tirava fuori un nome, un volto, un lampo di quella settimana. Io parlavo spesso di Jeff, l’organizzatore, quello a cui non avresti dato un nickel e invece poi l’ho visto spuntare fuori nello staff della Casa Bianca sotto Obama — Dark Tangent, capito? Un tipo che a vederlo pensavi fosse un nerd, e invece quando apriva bocca tutto, proprio tutto, prendeva luce. Nathan invece parlava dei seminari sulla crittografia con la voce di un bambino al ritorno dalla sua prima gita al luna park, ma poi crollava e si chiedeva se era all’altezza, se quel mondo lì non fosse troppo grande per lui. Io gli dicevo che nessuno è all’altezza dei propri sogni e quindi chi se ne frega.

Di San Diego ricordo solo l’Holiday Inn, la spiaggia, le basi militari. Niente di più. Poi — finalmente — San Francisco.

La prima volta che vedi San Francisco ti colpisce come una poesia letta a voce alta da un ubriaco: sbilenca, luminosa, immensa. Io però avevo un problema più urgente della poesia, dovevo andare in bagno. Se c’è un consiglio che posso dare al mondo è questo: non imboccate il Golden Gate Bridge con una vescica sul punto di esplodere. Sei corsie infinite, il traffico, la salsedine, e io che stavo per svuotarmi in una bottiglia. Ma Nathan non voleva, con quel fare da vecchia zia scandalizzata. Arrivati dall’altra parte, piantò la macchina e corsi al primo posto utile. Operazione conclusa in pochi minuti. Un altro uomo.

La sera cenammo in un ristorante italiano sulla Columbus Avenue. Ma prima, poco più avanti, c’era la libreria City Lights, e mentre Nathan vagava nel quartiere io entrai, respirai quell’odore di carta, polvere e rivoluzione, e vidi Lawrence da lontano. Solo per pochi istanti, un’apparizione. Non mi serviva altro. A volte basta vedere una montagna per sentirsi più leggeri.

Finimmo poi in un night, io e Nathan e due ragazze. Con loro salimmo fino alla Coit Tower, che di notte sembra una torcia impazzita conficcata nel cielo. Andammo oltre, sempre più oltre, ma non successe niente. Diedi la colpa alla felpa bianca con la scritta arancione “Oklahoma University”. Sarah me lo disse in faccia: «Quando ti ho visto con quella felpa… my God!». Troppo tardi. Ma io volevo essere sincero. E lì, davanti a lei e alla città intera, le avrei voluto rispondere: «Certo, non sono mica Gregory Corso, né tantomeno Allen Ginsberg, e figuriamoci Jack Kerouac. Sono più un Lawrence Ferlinghetti scalcagnato, uno che non scrive bene — benino sì, qualche acrobazia ogni tanto — ma che ama mettere insieme le cose, farle girare, collegare puntini che altri non vedono. Insomma, uno di quelli che servono a far volume in un corteo, non un Hemingway o uno Scott Fitzgerald, quindi abbi pazienza darling: le grandi soddisfazioni te le darà qualcun altro.»

Lei non avrebbe capito. Le parole erano per me. Perché sentivo, proprio come in quelle notti sgangherate in cui si legge On the Road tutto d’un fiato, che dovevo dirlo: che avevo un qualcosa dentro, piccolo ma testardo, che insisteva per uscire. Non ero nessuno, avevo una felpa ridicola e un passato di hacker mediocre, ma in fondo restavo lì, dove i miti si sbriciolano e i profeti cadono nel silenzio.

E allora dissi soltanto: «Anche se tutto ciò che posso fare è offrirti un biglietto di seconda classe alla Coit Tower, anche se tutto ciò ti sembra poco… beh, io, nel mio piccolo continuo a scrivere proprio per questo: perché ciò che non so dire a nessuno, e forse nemmeno a me stesso, lo diranno le parole al posto mio. Mi fido di loro. Forse anche troppo.»

Sarah rimase in silenzio, Nathan era immobile, mentre Janey disse che era ora di andare. E allora chiudemmo gli occhi e ci infilammo in macchina, lasciando quella promessa a metà.


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