parallels

— editrice


E se la verità non fosse nata dall’amore per la conoscenza, ma dalla necessità? Molto prima di diventare un’idea astratta, non è stata forse uno strumento di sopravvivenza? Serviva a indicare dove si nascondeva il pericolo — la tigre nella giungla, per dirne una — e a convincere gli altri a crederci, compattando il gruppo. Non per “conoscere il mondo”, dunque, ma per restare vivi nel mondo.

La verità, fin dall’inizio, è stato dunque un fatto collettivo: è esistita solo se veniva riconosciuta, condivisa, accettata. Non bastava che qualcosa fosse accaduto; era necessario che qualcuno lo credesse.

Da qui nasce un equivoco destinato a durare nei secoli. Ci fidiamo di ciò che resiste, non di ciò che è vero. E forse per questo nasce la scrittura, per trattenere ciò che la memoria perde; l’archiviazione per sottrarre il racconto all’arbitrio individuale; la stampa per moltiplicare e proteggere. Ogni passaggio ha poi promesso stabilità, individuato il pericolo, codificato le difese, e introdotto un nuovo potere: chi scrive, chi conserva, chi stampa decide cosa resterà insomma. La verità non è ciò che accade, ma ciò che viene registrato, certificato, riconosciuto. Il passaggio è decisivo: la verità è una funzione dell’autorità. Non perché l’autorità la garantisca, ma perché la gestisce. E oggi? Chi gestisce davvero la verità?

Oggi è l’algoritmo che – si fa per dire – la governa. È lui che svolge la stessa funzione che un tempo avevano il pettegolezzo tribale, lo scriba, il tipografo. Decide cosa emerge, cosa resta, cosa viene dimenticato. Non distingue il vero dal falso, ma il visibile dall’invisibile. Chi governa l’algoritmo, dunque, governa la verità.

E la novità non risiede nel rischio di manipolazione di ciò che accade veramente, quella è antica quanto l’uomo. La novità è la sua automazione. La verità non viene più costruita da istituzioni riconoscibili, democraticamente controllabili, ma da sistemi opachi che rispondono a metriche di attenzione. Non conta ciò che è accaduto, ma ciò che circola. Non ciò che è fondato, ma ciò che performa meglio. Come è sempre stato, direbbe qualcuno. Ma questa volta ci siamo fatti fregare da un pericolo che non ha né artigli né zanne. La nuova tigre di oggi è l’algoritmo, che però non deve nemmeno correrti dietro: gli basta convincerti che stai scappando.

In questo scenario, la crisi non è della verità in sé, ma del patto sociale che la rende possibile. Senza fiducia, la verità non funziona. Senza un terreno condiviso, ogni affermazione diventa una narrazione in competizione con le altre. Il rischio non è l’errore, ma la disgregazione. Ed è nella disgregazione che risiede il segreto dell’algoritmo.

Il capolavoro del sistema è che non serve più manipolare la verità: basta produrne a ciclo continuo. Più è assurda, la presunta verità, più circola. Più circola, più diventa vera.

I nuovi padroni e i nuovi custodi, intanto, ringraziano. Non devono costruire consenso: basta lasciare che la mandria litighi tra sé. Finché il pubblico si sbrana nei commenti, nessuno nota cosa accade dietro lo schermo. Stiamo sbagliando mira. Il problema non è l’establishment, come ci ha fatto credere l’algoritmo, quello è il nemico dei nuovi guardiani, il problema è chi gestisce l’algoritmo, promettendoci la rivoluzione. Ma siamo anche noi, perché il sistema è costruito per premiare esattamente ciò che desideriamo: visibilità, appartenenza, riconoscimento.

L’algoritmo non è un complotto, non ha artigli, ciononostante riesce a graffiare ovunque. Non ruggisce, non corre, non insegue. Se ne sta fermo, come certi animali apparentemente innocui che si mimetizzano nell’ambiente, e aspetta che siamo noi a muoverci. È una creatura paziente, fatta di regole semplici e ripetitive, che ci osserva mentre corriamo in cerchio come criceti credendo di avanzare.

Un tempo l’uomo cercava la verità come si cerca una sorgente: con fatica, sbagliando sentiero, tornando indietro. Oggi la verità arriva già imbottigliata, con etichetta colorata e data di scadenza imminente. Non importa se l’acqua sia limpida: basta che dia l’illusione di dissetare.

La tigre almeno era sincera: voleva mangiarti.
L’algoritmo no: vuole solo che tu continui a correre.

(liberamente ispirato dalla lettura di “L’animale nudo e la verità” di Robert Illborn)


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