La società capitalista ha perso attrattività nei confronti della classe che maggiormente l’ha sostenuta nei decenni, la borghesia. Al suo posto si è formata una nuova classe, ibrida e transclassista, che misura il proprio valore non tanto attraverso la proprietà dei mezzi di produzione o il controllo delle istanze democratiche, quanto attraverso la visibilità, la capacità di adattarsi alle logiche del mercato globale e alle sue continue trasformazioni tecnologiche.
Questa classe sperimenta con forza crescente il paradosso odierno: formalmente integrata nei circuiti del consumo e del riconoscimento simbolico, è materialmente esposta a precarietà, debito, instabilità e impoverimento intellettuale, insicurezza esistenziale, stagnazione salariale e indebolimento dei diritti. Una condizione che produce ostilità sociale e politica e quindi sfiducia radicale nelle istituzioni.
Sarebbe però un errore considerare la borghesia come semplice vittima di questo processo. Essa ne è stata, e continua a essere, la protagonista: ha rinunciato da tempo alla propria vocazione collettiva in favore di una difesa ideologica del sistema che ne garantiva l’esistenza. Ha vinto il mercato — o meglio, le sue dinamiche impersonali — aprendo le porte a una radicale rimessa in discussione degli assunti democratici e a quel capitalismo della sorveglianza di cui Shoshana Zuboff è riuscita a proporre solo una breve ma essenziale prefazione.
Ma la nascita delle pulsioni antiliberali non può essere spiegata soltanto da queste dinamiche. Esse derivano certamente dalla crisi di legittimazione che colpisce un ordine sociale incapace di offrire sicurezza materiale e rappresentanza politica, o dal vuoto di mediazione tra un’élite globalizzata e masse frammentate, ma c’è ben altro. Questo non basta.




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