parallels

— editrice


L’aula, quella mattina bolognese, sembrava il punto stabile attorno a cui ruotavano studenti e campanili, come se la città intera — col suo traffico, le sue nebbie, le sue cupole — avesse scelto di fissarsi lì, in quel rettangolo di luce polverosa. Gli studenti entravano uno dopo l’altro, ma era come se l’attesa li avesse preceduti, spargendosi sui banconi inclinati prima ancora che gli zaini toccassero il legno.

Il professore era persona assorta e insieme chiarissima come certe costellazioni che si riconoscono anche con poche stelle. Le sue lezioni non si seguivano: si tramandavano come formule di un alchimista che nessuno ha mai davvero conosciuto, ma di cui si continua a cercare il laboratorio.

Il mercoledì, poi, via Zamboni diventava un percorso iniziatico. Il chiostro funzionava come un quadrante occulto; ogni passo era un avanzare in un tempo che non coincideva con quello degli orologi. E c’era, accanto agli ascensori, la scritta superstite di un’era muraria sconosciuta: “il profitto è lavoro non pagato, il profitterol è un dolce al cioccolato.” Lì, fra quelle parole, il palazzo papalino che risuonava di echi antiquati lasciava filtrare un soffio di logica obliqua, come una parentesi aperta in un testo troppo serio.

L’aula stessa era vasta e cava come un guscio di tartaruga rovesciato. Gli studenti, addossati sui banconi, davano l’impressione che la conoscenza fosse una materia che richiede pressione per propagarsi.

Quando fu chiaro che nessun altro corpo umano potesse essere compresso nell’aula, il professore esordì: «Cari i miei studenti. Stamane mi sono svegliato con un’idea che, come certe onde, non trova la riva su cui infrangersi, e dunque vorrei offrirvela, così com’è.»

La sua voce salì, si sporse verso il vuoto del soffitto, col gusto di chi osserva un suono disegnare geometrie brevi.

«Che l’uomo e la donna non siano uguali è quasi una tautologia — oggi pronunciabile solo a bassa voce. Ma questa differenza, voi lo sapete, è la lente attraverso cui ogni epoca ha scrutato il proprio volto. Io vorrei proporvi un tracciato ulteriore: bizzarro, forse; ma dotato di una sua metrica interna.»

Ci saremmo dovuti occupare dell’incipit della Coscienza di Zeno, ma Svevo rimase chiuso negli zaini, come un oracolo rinviato.

«Immaginate,» disse il professore, disegnando una linea nell’aria, «la vita come un tratto. Si parte da zero, si sale verso un massimo, poi si torna a zero. Per gli uomini, la salita è lenta, costante, faticosa. Il culmine arriva tardi, tardissimo. E poi la discesa è un precipizio: verticale.»

Si zittì, come chi appoggia un oggetto che teme possa rompersi.

«Per le donne,» riprese, «la curva è più rapida. Sale con impeto, tocca il massimo tra i venti e i trent’anni, spesso superando quello maschile. Poi scende, sì, ma con la calma di chi conosce il peso esatto di ogni minuto. Così, se un uomo e una donna devono incontrarsi davvero, c’è un solo istante in cui le due curve si toccano: un punto che appare e scompare come l’allineamento di pianeti lontani.»

Non cercò conferme negli sguardi. Raccolse i libri che aveva disteso sulla cattadre pochi minuti prima e senza che nemmeno la lezione fosse iniziata disse: «Vedete,» avviandosi verso la porta, «io sono nel pieno della caduta. Una caduta rapida, senza appigli. Sto tornando allo zero.» La mano sulla maniglia, si voltò appena: «Buona fortuna.»

Il giorno dopo, la notizia del suo suicidio attraversò Bologna come una corrente d’aria tra i portici, quando non si capisce da quale varco entri, né quando sia cominciata, ma all’improvviso è ovunque.


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