parallels

— editrice


I.
Se dovessi raccontare questa storia come va raccontata, dovrei cominciare dal soffitto.
Non dal pavimento dove battevano i piedi, non dalle bottiglie che passavano di mano in mano, non dai volti che si cercavano. Da quel soffitto grigio.
Nessuno alzava mai gli occhi verso quel soffitto. Non era fatto per essere guardato, ma per assorbire i suoni, trattenere le voci, le risate e il battito della musica.
Il soffitto guardava, però, i ragazzi che quella notte erano scesi nel seminterrato come si scende in una grotta marina, cercando il tesoro del nuovo anno. Guardava le cameriere che portavano bottiglie con piccole fontanelle scintillanti piantate nel collo, che sputavano favole dorate.
E il soffitto sembrava dicesse loro: «Basta, fermatevi, non così vicino vi prego…». Guardava il personale del locale urlando sempre più forte: «Diteglielo voi di smetterla! Sto per bruciare!».

II.
Ma all’inizio nessuno capì.
Qualcuno pensò facesse parte della festa. Qualcuno tirò fuori il telefono: perché tutto ciò che non si capisce, oggi, si filma. Qualcun altro provò a spegnerlo, come si fa coi fuochi che obbediscono.
Il fuoco, però, non ascolta. Quando lo fa è cenere.
E poi: come si riconosce la fine quando non l’hai mai vista negli occhi o quando nessuno te l’ha mai raccontata?

III.
E’ allora che arriva il momento in cui tutto ciò che può bruciare decide di bruciare insieme. Quando il calore raggiunge i cinquecento gradi, gli oggetti non aspettano più che il fuoco li raggiunga. Gli vanno incontro. Il legno, la stoffa, la plastica, la schiuma — tutto dice sì nello stesso istante.
È la democrazia del fuoco.  Funziona così. E così ha funzionato alle ore 1:30 del primo gennaio 2026 a Crans-Montana: il soffitto fonoassorbente ha votato per primo. Poi hanno votato i pannelli, le tende, i vestiti, l’aria stessa.
Gli unici che non hanno votato sono stati i ragazzi. Ma in democrazia le minoranze, si sa, contano sempre meno.

IV.
C’era solo una scala, mi hanno detto. Una sola scala per salire, una sola porta per uscire. E io penso: come è possibile?
C’era un estintore, uno solo, e sembra non fosse raggiungibile; il sistema antincendio? Neanche a parlarne; il sindaco ha spiegato che per quel tipo di locale “non è previsto”. Uscite di sicurezza? Una nel seminterrato, non utilizzabile.
Però c’era una scala. Quella sì.
Una scala progettata per scendere, ora, doveva servire per salire. Una porta pensata per entrare, ora, doveva servire per uscire. Ma la scala ricordava solo i passi che scendevano, la musica che cresceva, l’attesa della festa. E la porta era diventata larga 1 metro e 37 centimetri appena.

V.
Il giorno dopo era un luogo di pellegrinaggio.
Genitori che camminavano avanti e indietro coi telefoni scarichi. L’anima trasparente. Fotografie mostrate a chiunque. Descrizioni ripetute: alto un metro e ottantacinque, capelli biondi, occhi azzurri, forse una catenina, forse una giacca blu, forse. Ma il forse è la grammatica dei rimorsi.
Le autorità parlavano di procedure, identificazioni, DNA. Parole pulite per cose impronunciabili. Dicevano: «Ci vorrà tempo». Come se il tempo fosse ancora una risorsa disponibile.
I corpi non si riconoscono dai volti. Si riconoscono dalla catena al collo, dall’anello, dal dente ricostruito sei anni prima. Si riconoscono per quello che resta quando tutto il resto non c’è più.

VI.
I nomi ora li so tutti o quasi.

Giovanni, sedici anni, Bologna. Aveva una catenina con la Madonnina al collo e il telefono scarico. Un amico lo vide durante la fuga, poi a un certo punto non lo vide più.

Diana, quattordici anni, Losanna. La più giovane. Sua sorella Alicia, quindici, era con lei. Il Collège Champittet, la loro scuola, le ha perse entrambe lo stesso minuto.

Achille, sedici anni, Milano. Era uscito. Era già salvo. Tornò dentro per prendere la giacca e il telefono. La giacca e il telefono non sono stati trovati.

Dalia, quindici anni, Pully. Era al primo anno del liceo Bugnon. Avevano appena iniziato a conoscerla.

Emanuele, quasi diciassette, Genova e Dubai. Golfista. Il suo swing era già perfetto. Il tempo no. Il padre lo chiamò a mezzanotte per gli auguri. “Ci vediamo domani”, disse. Fu l’ultima voce.

Stiven, sedici anni, Oron. Installatore sanitario, secondo anno. Il cognome Ivanovski — quasi uguale a quello dell’eroe, ma lui aveva solo sedici anni.

Chiara, sedici anni, Milano. Amica di Achille, morta con Achille. Il padre ai giornali: “La mia amata Chiara non c’è più.” Sette parole per tutto il dolore del mondo.

Alice, quindici anni, Losanna. La scuola di Villamont la ricorderà. E non solo lei.

Sofia, quindici anni. Nata a Paradiso — che è un comune sul lago di Lugano, ma anche una promessa non mantenuta.

Alix Elena, sedici anni, Pully. Liceo Chamblandes, primo anno. Non ci sarà un secondo.

Riccardo, sedici anni, Roma. La sorellina ha provato a salvarlo. Non è bastato. Il presidente della Regione l’ha chiamata “piccola eroina”. Ma gli eroi non dovrebbero esistere, a quell’età.

Zélie, diciotto anni, La Conversion. Sua madre insegna tedesco al liceo. Ora sta imparando il dolore che non ha un nome. Per chi perde i genitori c’è orfano, per un moglie che perde il marito, vedova. Per un genitore che perde una figlia no, non esiste.

Pablo, sedici anni, Losanna. Suo padre insegna storia a Chamblandes. Ora dovrà insegnarla senza di lui.

Arthur Maé, sedici anni, Grandvaux. Studente a Champittet, junior e allenatore al FC Lutry. Sua madre lo cercò sui social per giorni, poi scrisse: «È in pace e nella luce.»

Trystan, diciassette anni, Pully. Sua madre disse: «Usciva da tutte le situazioni. Qui non gli hanno lasciato alcuna chance.»

Ben, diciassette anni, Lutry. Un nome breve per una vita che sarebbe potuta essere lunghissima.

Benjamin William, diciassette anni, Lutry. Pugile, ex calciatore. Due sport, un solo destino.

Mariam, ventuno anni, Sierre. Studiava scienze forensi — la scienza di dare nomi ai morti. Qualcun altro ha dovuto dare un nome a lei. E sta ancora piangendo.

Emilie, ventidue anni, Sierre. Stava diventando maestra. I bambini che non avrà mai non sapranno cosa hanno perso.

Nora, ventidue anni, Granges. Anche lei futura maestra, stessa scuola. Due banchi vuoti nella stessa aula.

Maxime, diciotto anni, Lutry. Junior del FC Lutry dal 2016 al 2022. Sei anni di partite e di fango.

Joaquim, diciotto anni, Pully. Pilota di kart. Correva verso il futuro.

Vivian, vent’anni, Epalinges. Un nome che significa «vivo».

Léo, ventuno anni, Epalinges. Scuola alberghiera, Ski Club. La montagna lo ha intrappolato.

Caroline, ventiquattro anni, Sierre. Suo padre mandò un messaggio la mattina dopo. Nessuno rispose.

Cyane, ventiquattro anni, Sète. Serviva al Constellation. Il bancone era la sua nave tra due paesi.

Nathan, Cully. L’età non comunicata, come se i numeri non bastassero più.

Stefan, trentuno anni, serbo-svizzero. Era il buttafuori. Avrebbe potuto uscire per primo. Invece entrò, spinse fuori i ragazzi, rientrò per salvarne altri. Non uscì più. Il telefono squillava ancora, dopo.

Steven, macedone. Indossava pantaloni bianchi e maglione bianco, scrissero i genitori cercandolo. Il DNA confermò ciò che la speranza negava.

VII.
E quelli che non so, li ho imparati come una preghiera.

Ci sono due ragazzi di quattordici anni. L’età della terza media, del primo motorino. Uno francese, l’altro ignoto. I più piccoli della lista. I più pieni di futuro.

Sei di quindici anni. Tra loro un ragazzo con tre passaporti: francese, israeliano, britannico. Tre patrie, tre lingue. Il fuoco non distingue i passaporti.

Nove di sedici anni. La fascia più colpita. L’età di Giovanni, Achille, Chiara, Riccardo. L’età in cui la morte è impossibile, inconcepibile. Nove famiglie conserveranno quaderni a metà.

Tre di diciassette anni. L’età di Emanuele. L’età della maturità che si avvicina. L’età del «quasi»: quasi adulti, quasi liberi, quasi vivi.

Sei di diciotto anni. Tra loro un rumeno, un turco. Freschi di maggiore età, appena attraversata la soglia. Non sapranno mai cosa c’è dall’altra parte.

Due di venti anni. L’età dell’università, dei viaggi Interrail. Non so se studiavano medicina o filosofia. So solo che tutto sembrava ancora possibile.

Tre di ventuno anni. Un ragazzo e una ragazza svizzeri tra i primi identificati. Forse erano insieme. Forse si amavano. Alcune storie devono restare incompiute.

Tre di ventidue anni. Tra loro una portoghese. Cosa ci faceva così lontana da casa? Il Portogallo è un paese di partenze. Questa non avrà ritorno.

Uno di ventitré anni. Un francese. Uno solo. A ventitré anni Leopardi aveva già scritto L’Infinito. Questo ragazzo non potrà mai più  scrivere una poesia.

Due di ventiquattro anni. Due ragazze, una svizzero-francese e una svizzera. Quasi coetanee, quasi sorelle. La domanda «cosa fai nella vita» è stata cancellata insieme a tutte le altre.

Una di ventisei anni. Francese. A ventisei anni sei nel pieno della vita. Morire a ventisei è un furto.

Una di trentatré anni. Francese. L’età di Cristo. La seconda più anziana. Cosa ci faceva tra gli adolescenti? Forse amava ballare. Forse non voleva arrendersi.

Uno di trentanove anni. Francese. Il più anziano. Nel mezzo del cammin di nostra vita, il cammino si è fermato. Mi piace pensare che l’ultimo istante fosse un istante di gioia.

Quaranta vite. Otto nazioni. Millequattrocento anni di futuro rubati.
Il fuoco parla una lingua sola: il silenzio. Noi che rimaniamo vivi, invece, l’ipocrisia. Che ci salva dall’inferno senza fiamme.

VIII.
Alla fine sulla bocca di tutti sono rimaste le parole. Una in particolare: tragedia. Ma non va bene. È troppo liquida, scivola via, dice che non c’era nulla. Nulla da fare.
Qui invece c’è stata una catena di scelte umane, piccole, quotidiane, burocratiche che ha imprigionato la speranza. Qualcuno ha scelto quel materiale per il soffitto. Qualcuno ha firmato l’autorizzazione. Qualcuno ha fatto tre ispezioni in dieci anni e ha sempre detto: tutto regolare. Qualcuno ha acceso quelle fontanelle scintillanti vicino al soffitto, ogni Capodanno, senza che succedesse nulla — finché è successo tutto. Poi c’è la vita, quella fatta di consuetudini, di relazioni, di responsabilità personale, di interessi economici, di soldi insomma che girano vorticosamente e finché girano va bene a tutti. Ma non ci sono soldi o leggi che salvino l’anima.

Il fuoco, lui, non ha memoria, ha solo artigli che la attraversano, fino in fondo.

Non è stata una tragedia. Nessuno di quei ragazzi aveva sfidato gli dèi. Volevano solo ballare, baciarsi forse, iniziare l’anno con quella leggerezza che a sedici anni è l’unica cosa seria.

IX.
Venerdì 9 gennaio la Svizzera osserverà il lutto nazionale. Le campane suoneranno in tutte le chiese e nei templi. Un minuto di silenzio attraverserà il paese come un’onda.
Ma io penso a un altro silenzio: quello che precedette il grido «ça brûle, ça brûle» — brucia, brucia — quando qualcuno finalmente guardò in alto e vide il soffitto che si trasformava in cielo infernale. Quel silenzio di un secondo, forse due, in cui la musica copriva tutto e i ragazzi ballavano ancora, ignari che il tempo stava per spaccarsi in due: in un prima e in un dopo. Per tutti.
Per i genitori che aspettavano a casa. Per gli amici che sono usciti e hanno visto chi non usciva. Per tutti i ragazzi negli ospedali che aspettano di vivere. Per il ragazzo francese che ha rotto la finestra con il tavolo e che ora dovrà vivere sapendo di essere vivo. Per i camerieri che portavano quelle bottiglie ogni sera. Per chiunque, d’ora in poi, che entrerà in un locale e alzerà gli occhi verso il soffitto.
E oltre al soffitto, verso il cielo. E vedrà quaranta stelle spegnersi. Ogni notte di Capodanno.


Commenti

Una risposta

  1. Avatar Michaël Clément‬
    Michaël Clément‬

    Le ciel est tombé,
    Quarante étoiles s’éteignent,
    Le silence demeure.

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