A Monaco di Baviera Pascal non metteva piede da oltre trent’anni. L’ultima volta c’era finito per caso e aveva dormito in una tenda piantata nel parco di fianco alla stazione dei treni. Una notte sola, finché all’alba due poliziotti non erano venuti a svegliarlo. Furono gentili, bisogna dargliene atto: si limitarono a chiedere a lui e ai suoi amici di non farsi più vedere. Che poi fosse gentilezza o pietà per quei quattro squattrinati, forse. Sta di fatto che quegli stessi poliziotti se li ritrovarono davanti poche ore dopo, in stazione, mentre Bernard dava spettacolo con una delle sue celebri imprese.
Avevano poco più di vent’anni, quell’età in cui si parte perché non si può restare. Pascal tornava dall’ennesimo viaggio per l’Europa col biglietto Interrail; gli avanzavano alcuni giorni e così era ripartito con Bernard, Charlotte e Sylvie per Monaco.
Il giorno dopo di soldi ne avevano quanto bastava per un hamburger. Uno. Bernard, però, si rifiutò categoricamente: «Mangiatelo voi, io non mangio.» Fu inutile insistere e stette a guardare. Bernard lo fece però capire benissimo e in fondo aveva ragione. Pascal ci stava ripensando trent’anni dopo attraversando la stazione messa sottosopra dai cantieri e dalla pioggia, senza più trovare un solo legame fra quello che ricordava e quello che stava osservando, e dovette ammetterlo: «Avevamo fame, d’accordo, ma che stronzi».
Con Charlotte, quel pomeriggio, avevano anche vagheggiato di ripartire per Istanbul, andata e ritorno in quattro giorni. Peccato che sul biglietto ne restassero tre. I conti non tornavano: sarebbero arrivati in Turchia giusto in tempo per tornare, ammesso che ci fosse un treno, e Pascal avrebbe rischiato di rimanere a Istanbul senza un soldo. Conclusione: Bernard, Charlotte e Sylvie partirono per Innsbruck, Pascal tornò a casa.
Di Monaco non seppe più nulla per trent’anni, salvo un passaggio fugace di cui non ricordava né il quando né il perché. Ora, invece, ritornandoci, trovò una città che non riconosceva più. Invecchiata, intristita, irriconoscibile. Certo, trent’anni erano tanti, ma vederla a quel modo era come non averla mai vista. O forse peggio: era come incontrare dopo tanti anni un amico invecchiato male, ma talmente male da non riuscire quasi più a riconoscerlo.
Era di nuovo lì, questa volta per lavoro. Aveva preso il treno, e non per qualche ragione ecologica, ma perché detestava gli aeroporti. Con l’età non sopportava più quella liturgia estenuante del volo – presentarsi un’ora prima, fare la coda, aspettare l’imbarco, aspettare il decollo, aspettare l’atterraggio, aspettare i bagagli, e poi taxi, metro, albergo – gli pareva una perdita di tempo travestita da risparmio di tempo.
Ma scegliendo il treno, Pascal aveva trascurato un dettaglio: quando il convoglio lasciò Bregenz e sul display comparve la scritta «Prossima fermata Lindau-Reutin», capì di aver fatto male i suoi calcoli. Lindau. Non era mai stato così vicino. Dal finestrino guardò il cielo, il lago, l’isolotto, e tutto intorno un anonimo villaggio di lago che si prendeva per città di mare. «Cazzo!», disse fra sé e sé. E si mise a ridere. Ma d’altronde, che altro poteva fare? Quando una storia d’amore è finita, è finita. E anche gli ultimi ricordi gli passarono davanti velocemente mentre il treno lasciava la stazione, come la carezza di una madre al figlio dopo una caduta: «Non ti preoccupare… visto che non era grave? È tutto passato».




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