parallels

— editrice


è da un po’ che volevo scriverti, tutto questo parlare di Taiwan lo confesso mi agita, che poi mica capisco bene questa ossessione per un’isola nemmeno tanto grande, ma poi ho visto quelle immagini — tu e Donald in cima alla Grande scalinata del Popolo, la lunga stretta di mano sotto le telecamere di mezzo mondo, lui che sorrideva con quella sua aria da chi ha appena venduto un appartamento a Manhattan — insomma: com’è andata, davvero?

Perché dalle dichiarazioni ufficiali si capisce ben poco. Lui ti ha chiamato “un grande leader” e “un amico”, e tu hai evocato Tucidide, il che, ammettiamolo, è un po’ come portare Schopenhauer a una festa di fine anno.

Si è portato con sé praticamente l’intera Silicon Valley in abito scuro — come se stesse partecipando non a un vertice diplomatico ma all’inaugurazione di un centro commerciale esclusivo. E tu, da buon padrone di casa, hai ricevuto tutti con quella capacità di sembrare sereno anche quando sai perfettamente che il tizio di fronte a te, sull’Air Force One di ritorno, avrebbe detto ai giornalisti che di dazi non avete parlato affatto.

Ma come? Non avete parlato di dazi? Due giorni, sette tavoli, Tucidide, Boeing, il fentanyl, l’Iran, Taiwan, la denuclearizzazione, persino i pastori cristiani — ma i dazi no? È un po’ come invitare il commercialista a cena e parlare di tutto tranne delle tasse.

Hai detto che i due paesi hanno “più interessi comuni che divergenze”, sarà, a patto di non nominare Taiwan, i chip Nvidia, le terre rare, l’intelligenza artificiale, il Mar Cinese Meridionale, Hong Kong, i diritti umani e, appunto, i dazi.

Ti scrivo, compagno, non per giudicare — chi siamo noi per farlo — ma per dirti che ho trovato l’intera faccenda di una tristezza tale… sembravate due uomini che guidano navi gigantesche, come hai detto tu, e che per due giorni hanno fatto finta di essere iceberg.

Con stima e qualche perplessità
Luca


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