Fu una delle ultime volte che entrai nel grande e fatiscente palazzo dell’Organizzazione mondiale della Sanità e fu una settimana di inferno. Ogni sera aspettavamo che la famigerata Oms dichiarasse la pandemia; sapevamo che prima o poi sarebbe successo anche se non sapevamo ancora cosa significasse. Nessuno di noi poteva prevederlo. C’erano state altre epidemie come quella suina, c’era stata ebola, ma tutte circoscritte in lontanissime e trascurabili aree del pianeta. Le più povere per inciso. La sensazione, però, era che questa volta si trattasse di altro. Il comitato era diviso. I portavoce omertosi. I ritardi sull’orario della conferenza stampa costanti. L’unica cosa certa era la pizza. Quella che l’OMS faceva recapitare poco dopo l’ennesimo annuncio di ritardo. E questo durò settimane, fino all’11 marzo.




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