parallels

— editrice


La casa stava lì, in mezzo alla campagna. Non era diversa dalle altre, almeno da lontano. Due pioppi alti la tenevano in ombra, il portico, il fienile, la colombaia facevano un recinto attorno all’aia. Per arrivarci bisognava prendere uno stradello pieno di buche. Lo asfaltarono anni dopo, ma continuò a sembrare sterrato. Mentre poco più in là passava la ferrovia.

All’imbocco c’erano due prugni mezzi morti. Nessuno li tagliava. Io non avrei lasciato che lo facessero. Gli alberi, anche quando sembrano finiti, continuano a dare da vivere a qualcuno. Gli insetti lo sanno. Noi molto meno.

Era l’ultima casa. Si attraversava un ponticello, prima di mattoni e poi di cemento, e si entrava nel cortile passando accanto alle finestre che sarebbero diventate le finestre della nostra vita.

Una parte della casa non era nostra. Il portico, il fienile e un pezzo della colombaia erano occupati da una ditta edile. Il proprietario aveva trovato un accordo. Non ho mai saputo quale. Da bambino pensavo che gli adulti facessero spesso patti di cui si vergognavano un poco.

Li vedevo arrivare con i camion. Restavano poco. Una volta, due. Prima di andare via svuotavano il portacenere sull’aia. Mi è rimasta quella scena più di tante altre per la naturalezza del gesto. Come se quel pezzo di terra non appartenesse a nessuno. Come se una casa non potesse offendersi.

Noi eravamo finiti lì perché non avevamo soldi e ben poche alternative. La casa ci era stata prestata. È curioso come certe parole — comodato gratuito, per esempio — provino a dare ordine a quello che in realtà nasce da una necessità.

Ci restammo più di quindici anni e sono stati anni felici in mezzo a un viavai di gente che non ho mai più rivisto. Lo dico senza difendere quella felicità. C’erano il camino che fumava dentro invece che fuori se non si teneva semiaperta la porta del soggiorno, il freddo, il riscaldamento presente solo in alcune stanze, la paura che il gas finisse durante le vacanze di Natale. C’era il treno che passava all’improvviso e faceva tremare i vetri. C’erano i mozziconi nell’aia. Ma la felicità non fa la contabilità. Stava nell’aria d’estate. Nel rospo più grande al mondo che un bambino potesse vedere. Nella Due Cavalli che imparai a guidare troppo presto. Nella BMW presa di nascosto a mio fratello per andare verso l’Appennino. Nel primo amore, dai seni più belli che avessi mai visto.

Poi la casa è uscita dalla mia testa. Me ne sono accorto molti anni dopo, quando mi sono ricapitate fra le mani alcune fotografie. Del primo amore ricordavo ancora qualcosa. Della casa quasi niente. Nemmeno i sogni la cercavano più. Eppure ci avevo vissuto una parte intera della mia vita. Solo che un motivo c’era, e preciso: le avevo detto addio come si deve.

Lo avevo fatto un pomeriggio di maggio, mentre seguivo il volo di due farfalle podalìri nate chissà su quali rami di quei prugni marci all’imbocco dello stradello. A volte si posavano sulle dita con una fiducia che gli esseri umani non hanno quasi mai.

Dissi grazie a loro. Chiesi che quel grazie arrivasse anche agli alberi, agli insetti, agli animali. Infine parlai alla casa. Le parlai come si parla a qualcuno che resta mentre tu te ne vai. E qualche ora dopo la casa mi rispose.


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