parallels

— editrice


Il problema, pensò Max, non era la guerra. La guerra era dappertutto, come la pubblicità o le tasse. Il problema era che il barista gli aveva servito un caffè decente proprio il giorno in cui il mondo sembrava deciso a finire. Seduto vicino alla finestra, vide passare due camion militari e si accorse che nel locale nessuno osava respirare.

“È iniziata,” disse l’uomo accanto a lui, un dentista in pensione che parlava come se fosse l’oracolo di Delfi. “Oggi prendono tutto.”

Max annuì con l’espressione di chi ha smarrito il filo della propria vita molto prima che dei carri armati lo attraversassero. Si era ripromesso di lasciare Kiev tre settimane prima. Aveva anche fatto la valigia. Poi aveva dimenticato dove l’aveva messa.

Il telefono vibrò. Un messaggio breve: “Se resti, muori.”

Un ragazzino fece cadere un bicchiere e tutti sobbalzarono. Max si alzò, lasciò una banconota troppo grande sul bancone – un atto di disperazione più che di generosità – e uscì. Lì lo aspettava solo una Lada scassata e il sospetto che, se avesse davvero tentato di scappare, il peggio sarebbe iniziato proprio allora.


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