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— editrice

Io, prof precario…

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BOLOGNA – Ecco, gli stivali: anfibi, camperos, a calzino, con le frange, Ugg, Chelsea, a punta, country, di gomma. Ma anche i sandali: infradito, con la zeppa, con il cinturino, a ciabatta, capresi, zatteroni, gioiello. E poi i mocassini, le calzature da sera, le sneakers. Ivano Gorzanelli fa il venditore ambulante di scarpe, mestiere in cui la classificazione dei modelli e degli stili è già un’avventura filosofica, ma è anche docente a contratto di Estetica, all’università di Bologna, insegna all’istituto Toniolo di Modena, ha pubblicato saggi su riviste occupandosi, per esempio, di Hölderlin e Nietzsche.

D’altra parte, dice lui «commerciare come parlare è fare nodi e scioglierli sempre, poi ricominciare». E mostrare le sue scarpe, chiacchierando al mercato, gli pare un modo di camminare insieme agli altri. Nell’elenco delle attività di Gorzanelli, manca l’ultimo lavoro, un saggio su Siegfried Kracauer (“Per una decifrazione estetica della città”, uscito per la collana mappaemundi) sociologo, filosofo e critico tedesco che un secolo fa raccontava i fenomeni culturali della modernità – cinema, intrattenimento, pubblicità, propaganda -, fino alla centralità invasiva, perché così pareva già allora, delle merci. “La fantasmagoria”, come scriveva nei suoi saggi.

“Lavoro sette giorni su sette, credo nel valore dell’educazione”

Gorzanelli, 50 anni, abita a Savignano sul Panaro e mentre col banco di scarpe si sposta nei mercati rionali del modenese, da Spilamberto a Cavezzo, si allunga anche a Bologna e Modena per insegnare. «Sono un perito elettrotecnico, ma non ero adatto a fare dei circuiti, visto che sono uno che quando si accende la luce grida al miracolo. Così mi sono iscritto a Filosofia, poi visto che i miei avevano la licenza ho continuato il loro lavoro, quello di scarpolino, come si dice da noi. Poi la vita mi ha portato a spasso. Qualche anno fa ho avuto l’opportunità di un secondo dottorato e ho deciso di provarci. Da lì sono nati il libro e l’insegnamento di Processi comunicativi, nel corso di laurea in Design del prodotto industriale al dipartimento di Architettura. Con gli studenti mi occupo di semiotica e di come si costruisce il senso nella dimensione urbana. Lavoro sette giorni su sette: spesso mi sveglio alle cinque un quarto, ma ne vale la pena, perché credo nel valore dell’educazione, dell’insegnamento».

“Al mercato si mischiano umanità diverse”

Intanto ha affittato la licenza del mercato a due ragazzi, passando da capo a dipendente, e facendo due o tre mercati a settimana. Ma restando sempre “scarpolino”, come scrive anche sui suoi social. «Il libro analizza Kracauer, descrive una traiettoria intellettuale, è un contributo alla comprensione dell’autore e al suo lavoro di decifrazione estetica della città e della metropoli. Era un allievo di Georg Simmel, amico di Theodor Adorno, conosceva i colleghi Walter Benjamin ed Ernest Bloch. Pensava per immagini e non in modo concettuale, era un flaneur. Attraversava la città, girava anche le periferie, senza fare apologia della marginalità, era un osservatore laterale, con uno sguardo antropologico. Uno sguardo che ha anche a che fare con il mercato, dove si mischiano umanità diverse». Come nella frase del filosofo citata nel suo saggio: «Sia l’agricoltore che l’ingegnere sanno qualcosa sull’importanza di dettagli apparentemente insignificanti…L’esperienza insegna loro a diffidare delle pretese delle idee pure, mentre allo stesso tempo trovano nelle piccole cose più che piccole cose».

“Al mercato anche la filosofia aiuta”

Così, con Kracauer, Gorzanelli va al mercato anche per capire. «Le città adesso stanno diventando a compartimenti stagni. Ci sono processi di gentrificazione e di isolamento. I mercati mescolano ancora le persone, sono luoghi di scambio. Il mercato è un grande luogo di trattativa, di scontri che di solito oggi tendiamo a nascondere, ma anche di ascolto, la gente parla e racconta perché si sente più protetta da un luogo anonimo. Io vendo scarpe di artigiani italiani, un tessuto di piccola imprenditoria che in questo momento sta soffrendo». E che nel suo banco prova a sostenere. «Finchè me la fanno fare continuo con questa tripla vita. C’è un detto cinese che dice di non aprire un negozio se non sai ridere: il mercato è fatto di empatia e di relazioni, cerco di fidelizzare i clienti, parlo con tanti insegnanti, parlo della vita delle persone. Questo è un lavoro con dei privilegi, stai all’aria aperta, decidi in autonomia, giri l’Italia per comprare i modelli, conosci tante realtà, hai modo per passare tempo con te stesso. E la filosofia aiuta. Tra l’altro uso il mercato con i miei studenti, cose che ho venduto e cose che sono state disegnate: il design non è marketing, ha l’ambizione di sviluppare le forme di vita, di creare il nostro sociale. Molti sanno che sono un commerciante, insegno anche a ragazzi più giovani, cerco di non infantilizzarli, cerco di spiegare le cose difficili in modo chiaro, non banale. Vorrei che acquisissero un piano di comprensione delle cose che fanno e non che fossero costretti a farle perché è quello che gli dicono di fare».

(Da Repubblica.it)


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