parallels

— editrice

L’artista coglie il soffio della vita

,

Di una sorprendente levità di immagine è l’opera di Matteo Zanfi, fino al 29 aprile, alla galleria ArteSì, in via Fonte d’Abisso. Un’opera che si nutre di tecniche miste, di ritagli cartacei (soprattutto volti femminili) e di colori, spesso acrilici, in un azzardo di pochi elementi che determinano una immagine di leggerezza, meditata e aliena da ogni facilità, capace di accogliere una sospensione di senso, senza rinunciare ad offrirsi come luogo di possibili considerazioni. L’artista, anche grafico, che si definisce “curioso di tutto, esperto di nulla”, rinuncia alla pesantezza rappresentativa, al bombardamento di immagini dei mass media che ci opprimono, ci consumano, per cercare la meravigliosa leggerezza che non assume il carattere di vacuità di significati. Il “Senza peso”, come titolo la mostra, non ha valore di inconsistenza, di fragilità, di debolezza d’immagine, ma assunzione di un linguaggio essenziale che echeggia in tono misterioso, trattenendo presenze elementari di cielo, di terra, di oggetti, con cui la figura umana si relaziona in uno stato di attesa, di sguardi di meraviglia, ma pure di impassibile e talvolta inquieta serenità.

È il recupero di un’idea di purezza per una riqualificazione di contenuti da cogliere in elementi che istituiscono una loro armonia non prefigurata da rigidi canoni, per indicare la semplicità delle esperienze. Nelle opere c’è sempre qualcosa di nuovo e di inatteso, per la capacità dell’artista di portare l’immagine a leggere e vibranti modulazioni, a lievi cromatismi, a segni distintivi di sensi arcani e significati anche simbolici. L’opera è condotta spesso ai limiti del “nonsenso”, ponendosi come coscienza della labilità e fugacità del tempo. Sorprende e manifesta molti aspetti segreti dell’esistere, in un gioco abile di rimandi, di situazioni anche di sorridente ironia: “musica per le api”, con il recupero di un antico grammofono; la creatura messicana, con il suo piccolo fardello in testa e la mongolfiera che lo regge, pare acquistare una dimensione surreale; “il cielo in una stanza” con il mattoncino staccato che permette una diversa visione celeste; “un valzer nascosto” di reviviscenza illusoria della rimembranza; “Lia in terrazza” di letizia apparente; lo sguardo lontano di ragazzini a Berlino; la “pomegranate” aperta e tenuta in una mano di una giovane sorridente, «è frutto femminile – nota Jonathan Sisco – più sanguigno, il contrassegno ancestrale delle sessualità e della verginità perduta». L’installazione “il polline”, elemento di vita, reinvera il mondo come progetto inesauribile di creazione.


Commenti

Lascia un commento

Ti potrebbe interessare anche…