parallels

— editrice


Avevo, o almeno credevo di avere, tutto ciò che un uomo possa desiderare quando la vita sembra finalmente concedergli una tregua: una casa in cui ogni oggetto conosceva il proprio posto, una moglie la cui presenza pareva scandire il ritmo stesso dei giorni, dei figli che crescevano come alberi tranquilli, e un lavoro, modesto ma sicuro, che mi garantiva quella rassicurante regolarità che si scambia, con un certo compiacimento, per felicità.

Ma più che in qualsiasi altra cosa, trovavo consolazione — e direi quasi una forma di pace interiore — nel mio piccolo rituale serale: ordinare i libri.
Non li leggevo più, non davvero; li contemplavo come si contempla un ricordo che non si vuole risvegliare, per paura che si dissolva alla luce del presente.
Le prime edizioni che avevo raccolto negli anni giovanili, quando leggere era ancora un atto di fame e non di malinconia, ora erano diventate per me reliquie di un tempo in cui credevo che ogni pagina potesse mutare la mia vita.

Li disponevo sugli scaffali secondo la data di pubblicazione, come se quel gesto — apparentemente meccanico e insignificante — potesse restituirmi la sensazione di un ordine possibile, di un filo che tenesse insieme la storia della letteratura e, con essa, la mia.
Ogni volume, collocato accanto al suo vicino, mi dava l’impressione di assistere, in silenzio, al lento fiorire del pensiero umano, alla continuità delle voci che, pur non conoscendosi, si rispondono attraverso i secoli.

Forse cercavo, in quell’ossessione per la disposizione dei miei libri, un rimedio al disordine che covava in me, un modo per fingere che il tempo potesse davvero essere messo in fila, come una collana di perle.
Eppure, anche allora, sentivo — come un presentimento che non osa dirsi profezia — che l’ordine è solo una forma elegante del disordine, una sua maschera momentanea.

Fu così che, un pomeriggio, tornando a casa, vidi mia moglie e i miei figli corrermi incontro, il volto contratto in un’espressione che non compresi subito.
Solo quando furono vicini, udii, come in sogno, la parola che da allora non ho più dimenticato:
— «La casa!» gridavano. «È bruciata!»

In quell’istante, pensai ai libri, alle loro copertine, al fruscio delle pagine quando le sfioravo con le dita, al profumo della carta che conservava, chissà come, l’eco delle mie letture passate. Mi parve che con loro si consumasse non soltanto un fuoco domestico, un malaugurato incidente buono solo per interminabili scartoffie con le assicurazioni, ma la cancellazione della memoria, la mia. Poi il buio e svenni.

Quando riaprii gli occhi, tre giorni più tardi, in un letto d’ospedale, mi domandai se l’ordine, quello vero, non fosse proprio ciò che resta quando tutto è ridotto in cenere.


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