A Borgo Sgangherato esisteva un ufficio incaricato di stabilire quali cose fossero impossibili.
Non si trattava delle impossibilità fisiche come attraversare un muro o fermare la pioggia con un ombrello chiuso. Di quelle si occupava la natura, con risultati generalmente soddisfacenti. L’ufficio si occupava invece delle impossibilità umane: le cose che una persona avrebbe potuto fare, ma che nessuno avrebbe mai dovuto fare.
L’elenco era contenuto in un grande registro rilegato in pelle nera, custodito al terzo piano del Palazzo Civico. Ogni mattina un funzionario ne spolverava la copertina, controllava che le pagine fossero tutte al loro posto e verificava che nessuna impossibilità fosse diventata possibile durante la notte. Era un lavoro tranquillo, perché le impossibilità, per loro natura, non cambiavano quasi mai.
L’ufficio dipendeva dall’Assessorato alle Cose Impossibili, istituito da una delle tante giunte che si erano succedute alla guida del Borgo. Nessuno ricordava più quale, ma tutte le amministrazioni successive avevano trovato prudente conservarlo.
Quando Anselmo Brambilla, detto la Pentola a Pressione per la sua abitudine di tenere tutto ben chiuso e di fischiare ogni volta che qualcuno lo contraddiceva, divenne sindaco, trovò l’assessorato già funzionante, con il suo registro, il suo funzionario e una modesta dotazione di bilancio. Il funzionario si chiamava Bartolomeo e aveva trascorso trentadue anni a custodire le impossibilità.
Un martedì mattina, però, arrivò una circolare. Non annunciava nulla di particolarmente grave. Si limitava a chiedere che alcune delle impossibilità contenute nel registro fossero riesaminate alla luce delle mutate circostanze.
Bartolomeo lesse la comunicazione due volte. Non gli risultava che le circostanze avessero il potere di modificare la natura delle cose impossibili, ma la circolare portava il timbro del municipio e la firma del ragionier Tiburzio, che non aveva mai firmato nulla senza averne prima verificato la copertura amministrativa. Decise quindi di chiedere chiarimenti.
La Pentola a Pressione lo ricevette nel suo ufficio, dove da qualche tempo si tenevano riunioni sempre più frequenti e sempre meno pubbliche.
«Dobbiamo apportare qualche modifica al registro», disse, lasciando uscire un sottile filo di vapore.
«Quali modifiche?»
«Nulla di sostanziale. Alcune cose che fino a ieri erano impossibili, da oggi saranno necessarie.»
Bartolomeo si tolse gli occhiali. «Necessarie in che senso?»
«Nel senso che dovranno essere fatte.»
«Ma se sono impossibili…»
«Appunto. È per questo che dobbiamo modificare il registro.»
Bartolomeo avrebbe voluto obiettare che un’impossibilità non poteva cessare di esserlo per disposizione amministrativa, ma la Pentola aveva già aperto un fascicolo e gli stava indicando una serie di voci.
La prima riguardava l’uccisione di persone disarmate. «Questa», disse il sindaco, «andrà spostata nella categoria delle necessità eccezionali.» La seconda riguardava la distruzione delle abitazioni civili. «Questa invece nelle misure preventive.»
La terza riguardava i bambini. La Pentola esitò un momento, poi prese una matita e scrisse qualcosa sul margine del foglio. «Per questa non abbiamo ancora trovato una definizione adeguata.»
Bartolomeo guardò fuori dalla finestra. Sulla piazza, la signora Ornella Pellegatti trascinava per mano il nipote Federico, che si era fermato davanti a una pozzanghera e cercava di capire se il cielo che vi galleggiava fosse lo stesso che aveva sopra la testa.
«E quando tutto questo sarà finito?» domandò.
«Che cosa intende?»
«Le cose che avremo spostato. Torneranno impossibili?»
La Pentola a Pressione emise un fischio breve, che poteva essere interpretato come un sorriso. «Naturalmente.»
«E come?»
«Con un’altra disposizione.»
Quella sera Bartolomeo rimase in ufficio fino a tardi. Aveva davanti il registro aperto e una pila di fogli su cui erano state annotate le nuove classificazioni. Per ogni cosa che cancellava dall’elenco delle impossibilità, doveva trovare un posto fra le cose consentite.
Le cose consentite, infatti, erano sempre state moltissime e non avevano mai avuto bisogno di un registro. Vi appartenevano il mangiare, il dormire, il camminare, il baciare qualcuno sulla fronte, il comprare un paio di scarpe. Ora bisognava aggiungervi anche ciò che fino al giorno prima avrebbe fatto inorridire chiunque.
Bartolomeo si accorse che il problema non era trovare spazio per le nuove voci. Era che, una volta collocate fra le cose consentite, esse smettevano quasi subito di sembrare nuove. Dopo una settimana nessuno ricordava più che fossero state impossibili. Dopo un mese, chi sosteneva che lo erano state veniva guardato con sospetto. Dopo qualche tempo, l’esistenza stessa del vecchio registro fu considerata una forma di disfattismo.
Intanto, a Borgo Sgangherato, la vita continuava. Il mercato si teneva ogni giovedì, le campane suonavano a mezzogiorno e la parrucchiera Clotilde continuava a raccogliere notizie nel suo salone, dove si sapeva tutto prima ancora che accadesse. Soltanto alcune parole avevano cambiato significato. La violenza era diventata fermezza. La crudeltà, necessità. La paura, prudenza. Chi si opponeva a una decisione metteva in pericolo la sicurezza del Borgo. E ciò che era stato impossibile persino pensare fino ad allora, da quel momento non solo diventava possibile, ma fattibile se non addirittura auspicabile per un numero sempre maggiore di concittadini e concittadine.
Bartolomeo, che aveva trascorso trentadue anni a distinguere le une dalle altre, cominciò a sospettare che le impossibilità non fossero scomparse. Erano ancora lì, perfettamente riconoscibili, purché non si cercasse di applicarle a qualcosa che stava realmente accadendo.




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