Nell’anno in cui Federico II di Svevia parlava sei lingue, falconava in tre e non si fidava di nessuna, giunse a Palermo una notizia che lo contrariò: il Baradello era caduto.
La torre stava sul colle sopra Cuma come un dito alzato verso il cielo, e suo nonno Barbarossa l’aveva fatta ricostruire perché da lassù si sorvegliassero la città, il lago e le strade che scendevano verso Medialana. Federico teneva molto alle cose del nonno, specialmente quando erano castelli e non richiedevano manutenzione.
A occupare la torre non erano stati i medialanesi, né i cumani, né gli uomini del vescovo, che pure veniva accusato di quasi tutto, ma un esercito di nani guidato da re Monte Aguzzo.
Lo chiamavano così per la corona, una punta di ferro alta quattro palmi su un sovrano che ne misurava tre, tanto che per passare sotto le porte doveva farsi inclinare da due servitori. Si proclamava re del colle, signore della torre e padrone di tutto ciò che stava sotto di lui, il che, data la statura, comprendeva ben poco.
Con i nani si erano alleati gli orchi, comandati da una creatura con due teste, ciascuna col suo nome: la destra si chiamava Cugliate, la sinistra Fabiasco, e fra le due correva un collo solo, sottile come un trattino.
Non erano mai state d’accordo, nemmeno il giorno della nascita, quando una voleva uscire e l’altra rientrare. Cugliate sosteneva che il Baradello spettasse agli orchi per diritto di conquista, Fabiasco che spettasse ai nani per diritto di successione, e ciascuna si riteneva comandante di entrambe le cose.
Il re aveva tentato più volte di mettere ordine, ma ogni accordo firmato da una testa veniva annullato dall’altra prima che l’inchiostro asciugasse.
Federico lesse il dispaccio, lo rilesse e domandò se i nani fossero sudditi dell’Impero.
Nessuno lo sapeva.
«Allora bisognerà chiederlo», disse l’imperatore.
E mandò un notaio.

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