La risposta alla fine. Ci arriveremo.
Intanto, un dato di fatto: su Bob Dylan sono stati scritti più libri di quanti una persona ragionevole possa pensare di leggere in una vita. Biografie, autobiografie, saggi, raccolte di interviste, studi sui testi, studi sulla musica, studi sui rapporti tra i testi e la Bibbia, tra i testi e Rimbaud, tra i testi e la musica popolare americana. Sono stati ricostruiti concerti, sessioni di registrazione, incontri, viaggi, amori, conversioni e incidenti motociclistici. Dunque no, direte voi: di un altro libro su Bob Dylan non sembrava esserci particolare bisogno.
Eppure quello che vi presentiamo non è un libro come gli altri, non è una biografia, e nemmeno una discografia con tanto di stelline e recensioni. È qualcos’altro.

Chi ha letto Getting Better. Le 250 migliori canzoni dei Beatles classificate, valutate, commentate (Leonardo Tondelli, Arcana, 2020), o anche Catalogo dei santi ribelli. Storie di immigrati, ladri e prostitute che hanno cambiato la Chiesa (Leonardo Tondelli, UTET, 2022), riconoscerà forse un metodo utilizzato anche in questo volume: costruire prima una griglia molto precisa, e poi approfittarne per evadere continuamente.
Qui la griglia sono i dischi di Bob Dylan, presi uno dopo l’altro, nell’ordine in cui sono comparsi. Le canzoni vengono raccontate per quello che sono, per quello che evocano, per le storie che si portano dietro; e intanto si prova, per un momento, a dimenticare ciò che sappiamo essere successo dopo.
Per farlo, del resto, Leonardo non si fa troppi scrupoli. Si serve di tutto quello che ha a disposizione: musica e cinema, Bibbia e classici della letteratura, libri di settore, interviste, fanzine, quarte di copertina, leggende… e astuzie letterarie. Tutto pur di riportare in vita un momento, un disco, un personaggio o un’epoca. Ma attenzione: è proprio in quel momento che l’autore potrebbe persino convincervi, e forse non a torto, che l’album Pat Garrett & Billy the Kid del 1973 sia il vostro preferito — salvo poi rendervi conto, un attimo dopo, che si tratta in realtà di una colonna sonora.
E ci sarà pure un momento in cui penserete che l’autore di «Bob Dylan 1960–1975» sta esagerando: come è possibile dissacrare così uno dei principali artisti della musica mondiale riducendo, ad esempio, le sue scelte artistiche a più banali questioni quotidiane come i litigi con la moglie? Quindi un consiglio: è sempre prudente diffidare degli artisti, scrittori compresi.
Eppure vi capiterà, leggendo queste pagine, di accorgervi di un’altra cosa e cioè che Bob Dylan non è quello che avete sempre pensato.
E qui sta il segreto del libro. Persino quando Leonardo inventa lunghi dialoghi interiori di Bob Dylan o John Lennon non pretende di consegnarci una verità definitiva. Fa qualcosa di più interessante: sposta di qualche metro la prospettiva, abbastanza perché possa creare una alternativa alle mille teorie già elaborate. Ne viene fuori una verità possibile, parziale, soggettiva, discutibile quanto si vuole. Per chi custodisce rigorosamente l’ortodossia dylaniana magari irritante; per tutti gli altri spesso illuminante e, molto più spesso, divertente. Ma fino a che punto dobbiamo credergli?
Ecco il mio consiglio non richiesto: procuratevi un paio di cuffie, oppure accendete lo stereo, e ascoltate Dylan mentre leggete il libro. Cercate di seguire il percorso suggerito da Leonardo. Qualche volta toccherà alzarsi per spostare il braccino del giradischi da un solco all’altro (i più attempati), per qualcun altro si tratterà di chiedere all’assistente vocale di turno il titolo di una nuova canzone. Non importa. O se preferite scaricate la playlist preparata dall’autore che trovate dopo questa prefazione. Vi assicuro che lo sforzo vale il gioco e la candela.
Ma dicevamo: oggi ascoltiamo The Freewheelin’ Bob Dylan sapendo già della contestata svolta elettrica al Newport Folk Festival del 1965; Highway 61 Revisited sapendo già che è un capolavoro; Self Portrait sapendo già che per decenni si è trascinato dietro la reputazione di disastro; ascoltiamo Blood on the Tracks sapendo già che dobbiamo considerarlo uno dei grandi dischi degli anni Settanta. È quasi impossibile restituire a questi oggetti la loro incertezza originaria.
Un disco, quando esce, non sa ancora di essere un capolavoro. Non sa di essere una svolta, un errore, una rinascita, una catastrofe. Queste sono cose che gli accadono dopo. Ed è proprio quella zona di incertezza che Leonardo cerca di riaprire.
I dischi diventano così gli episodi di una storia il cui protagonista continua a cambiare. Una delle idee che tornano più spesso nelle pagine che seguono è che Dylan abbia trascorso buona parte della propria vita a correggere la propria immagine. Ha fatto del suo meglio per complicare il lavoro a chiunque provasse a raccontarlo: ha contraddetto ricostruzioni, cambiato versione, ricordato male, inventato meglio. Dylan, però, ha un inconveniente. Sono rimasti i dischi. I dischi non ricordano: registrano.
Questo primo volume comincia nel 1960 e si ferma nel 1975. È un confine che ha qualcosa di arbitrario, ma non troppo. In quindici anni Dylan riesce a vivere un numero di carriere che a un altro artista sarebbe bastato per una vita intera. E proprio quando la sua storia sembra essersi dispersa in troppe direzioni arriva Blood on the Tracks, un disco che oggi ascoltiamo con il pregiudizio favorevole riservato ai classici, ma che al momento della sua uscita non era ancora diventato quello che noi sappiamo essere.
È un buon punto per fermarsi. Solo per il momento. La storia proseguirà in un secondo volume, di prossima pubblicazione, che seguirà Dylan negli anni successivi: altre trasformazioni, altre fughe, altre conversioni, altri dischi accolti come rinascite o catastrofi e destinati magari, col passare del tempo, a scambiarsi le parti. Del resto, con Dylan ogni punto d’arrivo ha la fastidiosa abitudine di trasformarsi in un punto di partenza. Ed è successo anche a queste pagine.
Alla fine del 2016, quando Bob Dylan vinse il premio Nobel per la letteratura, infatti, Leonardo propose al Post di scrivere un pezzo per ogni suo disco. Era, come ammette lui stesso, una scusa per ascoltare Dylan e scriverne il più a lungo possibile. L’impresa durò circa un anno, al ritmo di un disco alla settimana.
Molti dei capitoli che seguono nascono da quegli articoli. Sono stati rivisti, corretti, aggiornati, in alcuni casi riscritti e riorganizzati per diventare parti di un unico racconto; ma conservano inevitabilmente qualcosa della loro origine. Se a volte chi legge avrà l’impressione di entrare in una stanza mentre una discussione è già cominciata, è perché in un certo senso è proprio così.
Quei pezzi erano nati per essere letti uno alla volta, mentre il disco della settimana suonava da qualche parte, nelle cuffie o negli altoparlanti. Riunirli ha fatto emergere una cosa che forse all’inizio non era del tutto visibile: messi in fila, raccontavano una storia più grande di quella contenuta in ciascun articolo.
Un ringraziamento va dunque al Post, che pubblicò originariamente quei testi, e a Luca Sofri, per averne consentito la ripresa e la rielaborazione in questo volume. Senza quello spazio settimanale il libro, molto semplicemente, non esisterebbe. E forse Leonardo non avrebbe mai avuto una ragione abbastanza buona per ascoltare in ordine una quantità così poco ragionevole di Bob Dylan.
Rimane la domanda iniziale (lo avevo promesso): perché l’ennesimo libro su Bob Dylan?
Forse perché Dylan offre qualcosa che pochi altri artisti possono offrire: una carriera lunga più di sessant’anni, durante i quali ha fatto di tutto per confondere le proprie tracce.
I dischi, però, rimangono lì, ostinati, come impronte che non si possono cancellare, e Leonardo ci aiuta a metterli in ordine come scatole cinesi. La tentazione è credere che arriveremo prima o poi a quell’ultima scatola in cui si nasconde finalmente Bob Dylan.
Per questo fa il percorso opposto: comincia dall’inizio, dal momento in cui le scatole erano ancora tutte chiuse.
Comincia dal momento in cui nessuno sapeva ancora chi fosse Bob Dylan.
Nemmeno Bob Dylan.




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