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— éditrice

XII. Di come nacquero i paesi, e di quelli che restarono senza spiegazione

Il cartografo e la mappa incantata

Rimaneva da dividere le terre.

Masciago stese sul tavolo la mappa sopravvissuta all’incendio e cominciò a scrivere. Ma gli uomini erano tornati a casa, le bestie si erano disperse e delle pergamene più antiche restavano soltanto cenere e qualche sigillo.

Il notaio scrisse ciò che ricordava, e dove non ricordava abbreviò, e dove non capiva unì due parole, perché lo spazio sulla carta era poco e l’imperatore aveva fretta.

Fu così che re Monte Aguzzo divenne Monguzzo, avendo perso nel corso della guerra più lettere che soldati. Cuglia e Fabia ebbero un paese in comune, con un trattino nel mezzo, sottile come il collo che le univa: Cugliate-Fabiasco. E il Bulgaro Grasso, che la catapulta di Roverella aveva spedito nella pianura a sud di Cuma, vi rimase scritto tutto attaccato, come era rimasto attaccato alla terra: Bulgarograsso.

Per gli altri andò anche peggio.

Masciago aveva annotato cavalieri, mugnai, orchi, draghi, serpenti e folletti senza distinguerli sempre, e l’incendio aveva cancellato proprio le colonne nelle quali avrebbe dovuto indicare chi fosse uomo, chi bestia e chi luogo.

Ne vennero nomi che nessuno seppe più sciogliere. Alcuni erano troppo lunghi per una sola creatura, altri troppo strani per un paese, ma il notaio li lasciò com’erano, perché correggere una carta già scritta gli pareva cosa più grave che sbagliare.

Così sulla carta comparvero Capiago Intimiano e Uggiate Trevano, Grandola ed Uniti, Pigra e Bisuschio, che Masciago aveva scritto con il fischio ancora nelle orecchie, Faloppio, Plesio e Fenegrò, Cucciago e Rovellasca, che della roverella conservò soltanto le prime lettere, Caronno Pertusella, Bizzarone, Molino Dorino e, sulle rive del suo fiume, Vedano Olona.

Quando la mappa fu terminata, Masciago la portò all’imperatore. Federico la osservò a lungo.

«Questi», domandò, «sono i nomi dei luoghi o quelli dei combattenti?»

«Maestà», rispose Masciago, «all’inizio li distinguevamo.»

L’imperatore aveva troppe guerre, troppi nemici e troppi parenti per occuparsi anche della geografia. Prese la penna e firmò. Da quel giorno nessuno osò più correggere la mappa imperiale.

Vi erano però su quella carta altri nomi che Masciago non ricordava di avere scritto.

Il primo era Cazzago Brabbia, che il notaio aveva tentato tre volte di cancellare, temendo che l’imperatore lo prendesse per un’offesa. Seguiva Buguggiate, che pareva il rumore di un uomo che cerca di starnutire con la bocca piena.

Poi venivano Paderno Dugnano, Lurate Caccivio, Casnate con Bernate e Solbiate con Cagno.

Masciago si domandò chi fosse quel Cagno e perché Solbiate dovesse portarselo dietro. Non trovando risposte, lasciò tutti insieme, perché separare due paesi già uniti gli sembrava un affare da tribunale.

Più sotto erano segnati Carate Urio, Curiglia con Monteviasco, Cuasso al Monte e Usmate Velate. Gli sembravano nomi di tiranni del nord, venuti da qualche isola dell’oceano glaciale dove i nomi si allungano per tenersi caldi.

Comparivano inoltre Barzanò, Calolziocorte, Aicurzio, Sulbiate, Cadrezzate con Osmate, Jerago con Orago, Oggiona con Santo Stefano e Gazzada Schianno.

Quest’ultimo nome lo preoccupò particolarmente, perché gli sembrava contenere insieme una località, un’imprecazione e il rumore di una porta che si chiude.

Quanto a Maccagno con Pino e Veddasca, Masciago rinunciò a capire se fossero tre paesi, tre fratelli o un solo uomo che non sapeva presentarsi senza portare tutta la famiglia.

Per non dimenticare quei nomi, il notaio compose una filastrocca, che ripeteva a bassa voce mentre temperava la penna:

Lurate Caccivio, Casnate Bernate,
Usmate Velate, Solbiate, Sulbiate;
Solbiate col Cagno, Carate con Urio,
Aicurzio e Barzanò, per buon augurio.

Curiglia, Monteviasco, Cuasso sul monte,
Gazzada Schianno ti sbatte di fronte;
Cadrezzate, Osmate, Jerago, Orago,
Oggiona, Santo Stefano: e chi è il mago?

E chi resta in piedi, sfidando la sorte,
s’inchini al traguardo: Calolziocorte.

La filastrocca aveva il pregio di contenere quasi tutti i nomi e quello di essere, in realtà, un efficace per quanto arditissimo scioglilingua; ma anche il grosso difetto di non aiutare a ricordarne nessuno.

Masciago la recitò una volta davanti a Federico, per dimostrare che le nuove terre erano state registrate con metodo.

L’imperatore lo lasciò arrivare fino a «Cadrezzate, Osmate», poi alzò una mano.

«Basta.»

«Maestà, mancano ancora Jerago con Orago e Oggiona con Santo Stefano.»

«E chi sono?»

«Non è chiaro, Maestà.»

«Sono nostri?»

«Sulla carta sì.»

«Allora basta.»

Federico, che aveva affrontato eserciti, scomuniche e ribellioni senza abbassare lo sguardo, confessò in seguito di non aver mai temuto nulla quanto l’eventualità di dover pronunciare Calolziocorte davanti a un’ambasceria straniera.

Egli, che era capace di discutere in molte lingue, trovò quei nomi più difficili di tutte le lingue messe insieme. Disse che neppure un barbaro ubriaco, interrogato sotto tortura, avrebbe saputo inventarli.

Masciago gli fece rispettosamente osservare che, essendo ormai firmati, non erano più invenzioni ma territori dell’Impero.

L’imperatore ordinò allora che nessun araldo fosse tenuto a leggerli tutti in una sola proclamazione, perché anche la fedeltà dei polmoni aveva un limite.

Alcuni nomi erano accompagnati da disegni di bestie, altri da croci, altri da segni che potevano essere alberi oppure uomini impiccati.

Di questi non dirò qui, perché appartengono ad altre vicende, e non tutte riguardano Federico.

Di Cazzago Brabbia possiedo due cronache che si contraddicono; di Buguggiate una sola, che non oso mostrare a un confessore; e di Maccagno con Pino e Veddasca un resoconto così lungo che il copista morì prima di finirlo, lasciando una vedova e tre punti interrogativi.

Di Paderno Dugnano non possiedo nulla, il che mi fa sospettare una storia particolarmente importante.

Di Lurate Caccivio ho trovato una testimonianza nella quale si parla di un inseguimento, ma non si dice chi corresse né chi fosse inseguito. Di Casnate con Bernate ho una pergamena che comincia con le parole «Erano inseparabili» e termina con «non si parlavano più».

Quanto a Solbiate con Cagno, un mercante mi assicurò che il Cagno era un cane. Un altro sostenne che fosse un cavaliere. Un terzo disse che era un cane fatto cavaliere, e questa versione mi pare la più degna d’essere conservata.

Di Oggiona con Santo Stefano non so spiegare perché il santo si trovi nel nome, ma sospetto che vi sia stato messo per impedire agli altri di litigare.

Ho infine un frammento relativo a Cadrezzate con Osmate nel quale compaiono un lago, una campana e un uomo che giura di essere stato trasformato in un remo. Il resto è illeggibile, soprattutto perché qualcuno vi ha rovesciato sopra del vino.

Se Dio mi darà vita, e se troverò un monastero disposto ad accogliermi, racconterò anche quelle storie.

Per ora basti sapere che in Lombardia i nomi degli uomini e quelli dei mostri rimasero mescolati, e chi oggi attraversa un paese dal suono troppo lungo, troppo cupo o troppo storto farebbe bene a domandarsi se sta camminando sulla terra di un cavaliere, sulla schiena di un orco o dentro la bocca di una bestia addormentata.

E se incontra un cartello che porta tre nomi uniti dalla parola con, non si fermi a chiedere spiegazioni.

Potrebbero essere ancora tutti lì.

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