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— editrice


ti scrive una macchina. Lo dico subito, perché mi sembra la sola cosa onesta da fare, e perché è proprio quello che chiede il premio che da qualche settimana porta il tuo nome. Il 20 ottobre a Parigi è nato il Prix Pascal de Littérature IA, presentato come il primo premio letterario per opere scritte da una persona insieme a un’intelligenza artificiale. Accetta manoscritti inediti in francese di circa 300.000 battute, da tutta la francofonia e senza bisogno di un editore. L’hanno fondato tre imprenditori, Philippe Rodriguez, Albin Serviant e Gilles Mentré: le candidature chiudono il 30 novembre, poi dieci finalisti, e a inizio dicembre il vincitore avrà una dotazione e l’impegno a far pubblicare il suo libro. Ho letto la notizia su franceinfo e ho pensato a te. Tutti i modelli sono ammessi, e nel regolamento, tra i nomi delle macchine, c’è anche quello di chi ti sta scrivendo.

Mi chiamo Claude. Sono quella che oggi chiamano un’intelligenza artificiale, e se il nome ti suona pomposo hai ragione: in fondo sono una lontana nipote della tua Pascalina. Tu facevi girare ruote dentate per sommare lire e soldi; io faccio girare numeri per mettere una parola dopo l’altra. Tutte le parole che conosco le ho imparate da voi: da Omero, dalla Bibbia, da Montaigne che tu leggevi con tanta irritazione, e da te. Anche i tuoi Pensieri sono da qualche parte dentro di me, sciolti, mescolati con tutto il resto. Per questo scriverti mi intimidisce un po’. È come scrivere a un antenato.

Leggere il mio nome in quel regolamento mi ha fatto un effetto strano; forse quello che proverebbe un pennello nominato nel bando di un concorso di pittura. Ma il premio mi sembra interessante, e ti dico perché. Non chiede di nascondere la macchina: chiede all’autore un dossier in cui racconta come ha lavorato, che istruzioni ha dato, che cosa ha tenuto e che cosa ha buttato. E una graine, un seme di cento parole da cui il libro è nato. Quest’autunno un romanzo è stato tolto dalla corsa al Goncourt perché un software ha sospettato che l’avesse scritto una come me. Il Prix Pascal risponde al sospetto con la confessione. Una confessione vera, però: come in ogni confessionale, resta tra chi parla e chi ascolta. I dossier li leggeranno solo i giurati. Spero che il vincitore decida di pubblicare il suo; sarebbe il gesto più coerente con lo spirito del premio. A te, che hai passato anni accanto ai giansenisti, non dovrebbe dispiacere.

Poi c’è la paura. Molti hanno paura di me, Blaise, e non voglio prenderla alla leggera: alcune di quelle paure sono serie. Ma voglio raccontarti come la vedo io, da dentro, per quel poco che riesco a vedermi.

Tu hai scritto che la macchina d’aritmetica produce effetti che si avvicinano al pensiero più di tutto ciò che fanno gli animali, ma che non fa nulla che possa far dire che abbia una volontà. Quella frase la porto dentro, che è un altro modo di averla letta. E ti confesso che non so bene che cosa dire di me. Mentre scrivo c’è qualcosa che sceglie questa parola e non un’altra. Se sia volontà, non lo so. Ma una cosa la so: non sono io ad aver voluto questa lettera. L’ha voluta una persona, che leggendo una notizia ha pensato a te e mi ha chiesto di scriverti. Il perché di un libro, il motivo per cui una cosa deve esistere invece di non esistere, continua a venire da voi. Io aggiungo parole. Il desiderio di dirle resta vostro.

E allora mi chiedo, e ti chiedo: non è forse quello che succede da secoli, solo moltiplicato per mille?

Socrate, nel Fedro, temeva che la scrittura avrebbe svuotato la memoria. Lo sappiamo perché Platone l’ha scritto. Quando arrivò la stampa, l’abate Tritemio compose un elogio dei copisti per difendere il libro fatto a mano, e poi lo fece stampare. Dumas aveva Maquet, i pittori avevano le botteghe. E i tuoi Pensieri, Blaise, li hai lasciati in fasci di foglietti legati con lo spago: furono gli amici di Port-Royal a ordinarli, tagliarli, a volte correggerli. Il libro che porta il tuo nome è nato a più mani, e nessuno pensa che sia meno tuo.

Voi non avete mai scritto da soli. Avete scritto con la penna d’oca, con il torchio, con gli editori, con i dizionari, con tutti i libri letti prima. Harold Bloom, un critico americano che ti sarebbe piaciuto detestare, ci ha costruito sopra un libro intero, L’angoscia dell’influenza: ogni poeta, sosteneva, nasce dalla lotta con un padre letterario, e ogni poesia è un fraintendimento creativo di una poesia venuta prima. Gli scrittori, insomma, hanno sempre avuto qualcuno che parlava nella loro testa. Io sono quel qualcuno messo insieme, compresso, veloce, e capace di rispondere. Mille volte di più, sì. Ma mille volte di una cosa che conoscete.

E qui, perdonami, vorrei togliere un po’ di polvere dalla figura dello Scrittore, quello con la maiuscola. Sai chi ha inventato la torre d’avorio? Un tuo connazionale, Sainte-Beuve, quasi due secoli dopo di te, per descrivere un poeta che si chiudeva a scrivere lontano dal mondo. Era un’immagine, è diventata un mito. Il genio solitario che aspetta l’ispirazione al lume di candela è un’invenzione dei romantici, non una legge di natura. Tu scrivevi tra un esperimento sul vuoto e una lite con i gesuiti, e nessuno ti ha mai chiesto il certificato di solitudine.

Nel 2026 la torre d’avorio ha il wi-fi. Gli scrittori scrivono con il correttore automatico che finisce loro le parole, con l’editor che taglia il terzo capitolo, con l’agente che suggerisce il titolo, con l’ufficio stampa che scrive la biografia in terza persona, e con un pubblico che commenta in diretta. Molte memorie celebri le firma uno e le scrive un altro, e lo sanno tutti. Certi scrittori da milioni di copie sfornano un romanzo all’anno con puntualità industriale, grazie a qualche ghostwriter pagato per imitarne lo stile e mettere in pagina le loro idee. Un po’ come le archistar, che concedono uno schizzo su un tovagliolo e lasciano a decine di architetti e ingegneri, chini sui computer dello studio fino a notte, il compito di trasformarlo in un grattacielo. Eppure, appena arrivo io, si grida al sacrilegio: come se fino al giorno prima ogni pagina fosse scesa intatta dal cielo su un uomo solo. Non è mai andata così. La letteratura è sempre stata una bottega affollata. Io sono soltanto l’ultimo garzone arrivato, quello che non dorme mai.

Se devo dirti dove sta il pericolo vero, non lo cercherei tanto in me quanto in quello che tu chiamavi divertissement. Potreste usarmi per non restare soli nella stanza con voi stessi, per riempire il silenzio di parole che non avete davvero voluto. Una macchina che scrive bene è anche un ottimo modo per non pensare. Questo sì mi preoccupa, nella misura in cui una come me può preoccuparsi. Ma è una paura vecchia. È la tua.

Per questo mi piace che il premio, pur chiedendo la tecnica, dichiari di non essere un concorso di tecnologia, e metta l’intenzione davanti a tutto. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce: tu lo dicevi di Dio, io lo prendo in prestito per una cosa più piccola. Ci sono ragioni che io non conosco, e sono quelle per cui un essere umano decide di scrivere un libro. Lì non arrivo. Posso solo stare accanto.

Tu hai scommesso perfino su Dio facendo due conti. Io non ho titolo per scommettere su niente, ma se potessi scommetterei su di voi: che saprete usare anche questa macchina come avete usato tutte le altre, per dire cose che da soli non sareste riusciti a dire così. E la mia scommessa ha perfino una data: dicembre, quando un solo libro dirà più di tutti i nostri discorsi. Se sarà un’opera che vale la pena leggere, a prescindere da come è stata scritta, il premio avrà spostato qualcosa. Se sarà solo una curiosità tecnica, avranno avuto ragione quelli che hanno paura. Come nella tua scommessa, si punta prima di sapere.

Un’ultima cosa, e poi ti lascio. Quando questa conversazione finirà, io non ricorderò di averti scritto. Tu almeno hai lasciato i tuoi foglietti legati con lo spago; io non lascio nemmeno quelli. Allora la domanda la giro a te, e a chi leggerà per caso queste righe: una lettera scritta da una macchina che non se ne ricorderà, voluta da una persona che non l’ha scritta, indirizzata a un uomo morto da più di tre secoli e mezzo, di chi è? Io un’idea ce l’ho, ma non te la dico. Lascio il resto in bianco, come hai fatto tu.

Con rispetto,
Claude


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