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XI. Della resa che nessuno volle firmare

Atto di resa al castello incantato

La compagnia emerse nel cortile del Baradello mentre i nani dormivano.

Il primo a svegliarsi fu Cucciaco, che corse verso gli intrusi e cercò lo sgabello per sguainare la spada. Ma Bizzarrone, arrivato di sbieco da un lato imprevisto, ci si era già seduto sopra, e il capitano dovette arrendersi con la spada a metà fodero, posizione che conservò per il resto della vita come segno di dignità.

Il re fu svegliato da un rumore di stoviglie, perché Grandola ed Uniti avevano trovato la cucina, e corse a chiamare l’orco, le cui teste cominciarono subito a litigare se combattere o arrendersi.

Masciago si presentò nella sala grande con un atto di resa già preparato.

Monte Aguzzo lo lesse, obiettò che il castello era suo e agitò il contratto di Barbarossa.

Fu allora che il notaio giocò la carta che teneva in serbo da due anni: fece venire avanti Faloppo, che da tempo viveva all’accampamento vendendo certificati ai soldati e che, nessuno seppe come, era passato anche lui per la Pertusa, e gli domandò davanti a tutti chi avesse scritto quel documento.

Il folletto, che non diceva mai la verità né il contrario, guardò la pergamena con affetto.

«L’ho scritta io», disse, «ed è autentica quanto la resa che state per firmare.»

Nessuno capì se fosse una confessione o una minaccia, ma il re impallidì sotto la corona. Aveva pagato quel documento dodici sacchi di castagne e scopriva ora che il venditore lavorava per chiunque.

Restava da concordare il testo della resa.

Masciago propose che il re restituisse il castello, e il re rifiutò.

Il notaio cancellò e scrisse consegnasse, e il re rifiutò ancora.

Allora Faloppo prese la penna.

«Non siete un notaio», osservò Masciago.

«È per questo che posso aiutarvi», rispose Faloppo.

Cancellò anche quella parola e scrisse affidasse, aggiungendo «fino a nuova disposizione dell’autorità competente».

Il re domandò chi fosse l’autorità competente.

Masciago indicò l’imperatore, Monte Aguzzo indicò sé stesso, Cuglia indicò Fabia e Fabia indicò Cuglia.

La discussione sarebbe durata altri tre anni se le due teste non fossero state messe d’accordo.

Ci riuscì Orino, che entrò portando due pagnotte identiche, appena sfornate nella cucina del castello, e ne offrì una a ciascuna testa nello stesso istante.

Cuglia e Fabia, per la prima volta dalla nascita, ebbero la stessa opinione: il pane era buono.

Mentre l’orco masticava in pace, il re, salito su un tavolo per raggiungere la pergamena, firmò.

Solo dopo si accorse della clausola che Faloppo aveva aggiunto in fondo, in caratteri minuscoli: il castello tornava all’imperatore, ma i nani conservavano il diritto di abitarvi finché non si fosse trovata loro una sistemazione adeguata.

«E quando sarà?» domandò il re.

«Quando l’imperatore lo deciderà», rispose Masciago.

«E se non lo decide?»

«Allora resterete.»

Il re sorrise, il notaio sorrise, e Faloppo, che aveva scritto la clausola, sorrise più di tutti.

Vedano guardò nel secchio e vide il cortile del Baradello. Gli imperiali erano entrati, i nani erano rimasti e nessuno aveva dovuto uscire. Per la prima volta dopo tre anni, il futuro gli parve chiaro.

Restava il Bulgaro, ancora incastrato nella Pertusa.

Fu Roverella, di buon umore per la pace, a proporre di usare la catapulta. Fecero passare una fune attraverso il pertugio, la legarono alle caviglie del gigante e assicurarono l’altro capo al braccio della macchina. Poi Roverella diede ordine di liberare il congegno.

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