Al secondo anno l’assedio non aveva prodotto altro risultato che rendere gli assedianti più magri e gli assediati più litigiosi.
Il re voleva resistere, l’orco voleva attaccare, o almeno lo voleva Cuglia, perché Fabia preferiva trattare, purché le condizioni fossero inaccettabili.
Ogni mattina le due teste discutevano se uscire o restare, se aprire le porte o bruciarle, mentre il corpo rimaneva immobile nel cortile, incapace di obbedire a entrambe.
Monte Aguzzo, re paziente soltanto quando dormiva, convocò un consiglio di guerra.
Cuglia propose di uscire, Fabia di aspettare che gli imperiali se ne andassero.
«E se non se ne vanno?»
«Aspettiamo ancora.»
«E se attaccano?»
«Allora usciamo.»
«Ma avete appena detto di aspettare!»
«Appunto», rispose Fabia, «li coglieremo di sorpresa.»
Roverella propose di risolvere la questione con la catapulta, ma nessuno seppe dire contro chi puntarla, e la discussione durò quarantadue giorni.
Intanto sotto le mura gli imperiali coltivavano ortaggi. Orino aveva aperto un forno, il Bulgaro un’osteria, e Grandola ed Uniti, tornati al completo con la vecchia riconciliata, organizzavano un mercato settimanale al quale scendevano a comprare, di nascosto, anche i nani.
Il Baradello, pur essendo assediato, prosperava come nessuna città libera.
Masciago scrisse all’imperatore per chiedere istruzioni, e Federico rispose da Foggia con una lettera in latino così elegante che nessuno, nemmeno il notaio, riuscì a capirla, cosa che fu presa per benevolenza.

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