Al terzo anno messer Uggia, che si era annoiato anche a casa, tornò all’accampamento e, frugandosi in tasca, ritrovò la chiave vinta a carte.
Non apriva una porta, ma la Pertusa, un passaggio scavato sotto la roccia del colle e custodito da Caronte, traghettatore cugino di quello dell’Ade, che faceva passare gli uomini nel buio in cambio di una moneta.
La compagnia non aveva più monete, avendo speso tutto in quegli anni di guerra, così Masciago offrì una ricevuta.
Caronte la esaminò.
«Una ricevuta di che cosa?»
«Del passaggio.»
«Ma non siete ancora passati.»
«Appunto, è anticipata.»
Il traghettatore, che in mille anni di servizio non aveva mai incontrato un notaio imperiale, ne fu profondamente impressionato e chiese un sigillo e due testimoni.
Masciago mostrò il sigillo, e come testimoni si presentarono Grandola ed Uniti, tutti quanti.
«Ne bastano due», disse Caronte.
«Siamo uniti», risposero.
Il traghettatore li lasciò passare per liberarsene.
Il Bulgaro Grasso, che veniva per ultimo, rimase incastrato a metà della Pertusa, senza poter avanzare né tornare indietro.
«Lasciatemi qui», disse con nobiltà, «almeno nessuno potrà seguirvi.»
Masciago annotò che il gigante aveva compiuto un’azione eroica.
Il Bulgaro domandò se questo comportasse un aumento della paga, e il notaio rispose che ne avrebbero discusso dopo la vittoria.
Ho cercato a lungo la Pertusa senza trovarla. Ho trovato però molti che giuravano di esserci passati, e nessuno che ricordasse di aver pagato.

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