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— editrice

Borgo Sgangherato

Un romanzo collettivo

I ragazzi di Val di Là

I ragazzi di Val di Là

La notizia arrivò a Borgo Sgangherato da oltre la montagna, come arrivavano tutte le notizie importanti: in ritardo e già un po’ ingigantita.

A Val di Là, il paese dall’altra parte del passo, i ragazzi del liceo avevano portato i banchi in mezzo alla strada. A settembre il soffitto della palestra era caduto dentro il canestro, le classi erano di trentotto alunni e l’unico professore di matematica si divideva fra tre scuole. I ragazzi avevano chiesto un soffitto nuovo. Gli avevano risposto con una circolare. Allora avevano messo i banchi in fila sulla provinciale e avevano fatto lezione lì, all’aperto, finché le macchine non erano rimaste ferme fino al passo. Pochi giorni dopo si erano uniti a loro i vecchi della cooperativa agricola.

Una notte, alla fine di un corteo, un gruppo di incappucciati che nessuno aveva mai visto al liceo sfondò la vetrina della cartolibreria della signora Lucia. Era la bottega dove, da quarant’anni, i ragazzi di Val di Là compravano i quaderni a settembre e prendevano in prestito i libri che non potevano permettersi, restituendoli con le pagine piegate e una caramella dentro, per scusarsi. Gli incappucciati non rubarono niente. Ruppero, e se ne andarono.

Il soffitto della scuola di Borgo Sgangherato cadde un giovedì mattina, durante l’ora di geografia. Non cadde tutto. Cadde un pezzo di intonaco grande come un vassoio, che si staccò proprio sopra la cattedra del maestro Dionigi e atterrò sul registro di classe, nel preciso istante in cui il maestro stava indicando sulla carta geografica il passo che portava a Val di Là. Per qualche secondo nessuno parlò. Dionigi guardò il registro coperto di polvere bianca, poi guardò il soffitto, dove adesso si vedeva una crepa lunga e storta che attraversava tutta l’aula.

Federico alzò la mano. «Maestro, possiamo telefonare a Val di Là?»

Dionigi ci pensò su. Poi tolse il pezzo di intonaco dal registro, lo appoggiò con cura sul davanzale e disse: «Per motivi didattici, sì».

La telefonata si fece dal telefono a gettoni della bidelleria, con tutta la classe stretta attorno alla cornetta. Dall’altra parte rispose una ragazza che si chiamava Margot e parlava a voce altissima perché, spiegò, era in mezzo alla provinciale. Federico le descrisse la crepa: partiva dall’angolo della finestra, scendeva storta verso la lavagna e si divideva in due sopra la cattedra. Dall’altra parte ci fu un silenzio. Poi Margot gli descrisse la sua, quella sopra il canestro. Era identica.

«Non è la vostra crepa», disse Margot. «È la stessa crepa.»

Federico se lo scrisse sulla mano con la penna.

Quella sera la classe non tornò a casa. I ragazzi spostarono i banchi contro le pareti, stesero i cappotti sul pavimento e appesero alla finestra un lenzuolo su cui avevano scritto, con la vernice avanzata dalla recita di Natale: QUI CADE TUTTO, TRANNE NOI. Ermenegilda entrò dalla porta principale e si sistemò sotto la cattedra, con l’aria di chi ha finalmente trovato un evento pubblico all’altezza.

Il mattino dopo Federico attraversò la piazza con una pila di coperte per i compagni. Al bar, seduto al solito tavolino, c’era il signor Ettore, che aveva fatto il Sessantotto per tre settimane prima di entrare in banca, e che da allora non aveva più smesso di raccontarlo. Appena vide Federico si alzò in piedi con il bicchiere in mano.

«Bravi, ragazzi! Ma non basta un lenzuolo! Dovete bruciare tutto! Quella lì è il male assoluto, e con il male assoluto non si tratta!»

Gli altri applaudirono. Federico si fermò, sistemò le coperte sotto il braccio e ci pensò un momento.

«Signor Ettore», disse, «noi vogliamo un soffitto. Se bruciamo tutto, il soffitto dove lo mettiamo?»

Ettore aprì la bocca, la richiuse, guardò l’orologio e annunciò che ne avrebbero riparlato con calma, perché la moglie aveva fatto le lasagne. Pagò il bicchiere e se ne andò. Federico riprese la strada della scuola, e per tutto il tragitto ebbe la sensazione che, tra quelli che applaudivano, nessuno avrebbe mai dormito una notte sul pavimento dell’aula.

Nel salone di Clotilde, intanto, non si parlava d’altro.

«Hanno ragione, poverini», disse la signora Adalgisa sotto il casco. «Quel soffitto è una vergogna. Però a Val di Là hanno distrutto la cartolibreria.»

«È vero, ed è una cosa bruttissima», rispose Ornella. «Ma non sono stati i ragazzi. Sono stati loro a raccogliere i vetri.»

«Sarà», disse Adalgisa. «Però.»

Tutte annuirono. Per prudenza, Clotilde abbassò il phon.

Il secondo giorno la conversazione era già cambiata. Del soffitto si parlava ancora, ma soltanto all’inizio, come si parla del tempo prima di arrivare al punto. Il punto era la vetrina. Qualcuno aveva sentito dire che le vetrine erano due. Qualcun altro, che c’era stato anche un incendio.

Il terzo giorno il soffitto non lo nominava più nessuno. La vetrina, intanto, era cresciuta: adesso era stata distrutta mezza via principale di Val di Là, l’incendio si era visto dal passo, e i ragazzi del liceo, quelli con le scope, erano diventati misteriosamente gli stessi che avevano lanciato i sassi. Adalgisa raccontò con grande partecipazione quanto le dispiacesse per la povera signora Lucia e per i suoi libri. Clotilde, che la conosceva da trent’anni, non ricordava di averla mai vista con un libro in mano.

Il quarto giorno Ornella, mentre aspettava il suo turno, provò a chiedere: «Ma il soffitto, alla fine, lo aggiustano?»

Le clienti la guardarono come si guarda qualcuno che fa una domanda fuori luogo a un funerale.

«Quale soffitto?» chiese Adalgisa.

Ornella non rispose. Si alzò, prese la borsa e uscì con i bigodini ancora in testa. Quel pomeriggio, per la prima volta in vent’anni, la piega gliela fece il marito, ed era storta come la crepa.

In municipio, intanto, la Pentola aveva convocato il ragionier Tiburzio.

Sulla lavagna dell’ufficio il ragioniere aveva tracciato due colonne. Nella prima, intitolata Lenzuoli, c’era scritto: uno. Nella seconda, intitolata Crepe, c’era scritto: ventidue censite, di cui sette pericolanti.

La Pentola guardò a lungo la lavagna. Poi indicò la prima colonna. «Questo è il numero che mi interessa.»

«E le crepe, signor sindaco?»

«Le crepe non scrivono sui lenzuoli», disse la Pentola. «E non telefonano a Val di Là.»

In quel momento la Radiolina, dalla mensola, trasmise a volume basso il notiziario della valle: la vetrina della cartolibreria, gli incappucciati, i vetri sulla strada. La Pentola rimase immobile per qualche secondo. Poi dal coperchio uscì un filo di vapore lento come quando sul fuoco arriva finalmente l’ingrediente che mancava.

Si avvicinò alla lavagna, prese il gesso e cancellò il titolo della prima colonna. Al posto di Lenzuoli scrisse Disordini. Sotto il numero uno, aggiunse: vetrine, una.

Tiburzio la guardò. «Ma signor sindaco, la vetrina è a Val di Là. Il lenzuolo è qui. E l’hanno scritto dei bambini di dodici anni.»

«Sono nella stessa colonna», rispose la Pentola, e posò il gesso. «Quindi sono la stessa cosa.»

In quel momento dettò senza esitazioni una circolare da spedire all’Assessorato alle Cose impossibili e produsse immediatamente alcune nuove norme. Il primo provvedimento fu un regolamento sul decoro, che vietava di appendere tessuti alle finestre degli edifici pubblici. Il secondo vietava di indicare le crepe con il dito in luogo pubblico, perché il gesto poteva generare allarme. Il terzo stanziava una somma per la stampa di trecento manifesti, da affiggere in tutto il paese, con la scritta LA SCUOLA È SOTTO CONTROLLO.

Tiburzio fece un rapido calcolo e si schiarì la voce. «Signor sindaco, con la stessa cifra si rifà l’intonaco dell’aula.»

La Pentola non rispose. Tiburzio scrisse comunque, sul margine del registro, a matita, una piccola nota: nella colonna di sinistra, grazie alla vetrina di Val di Là, i disordini erano finalmente abbastanza numerosi da giustificare qualsiasi cosa. In quella di destra, le crepe erano rimaste ventidue.

L’occupazione durò quattro giorni. Ogni sera, alle sei, la classe telefonava a Val di Là e si scambiava le notizie con i ragazzi di Margot, che nel frattempo, con i soldi di una colletta, avevano aiutato la signora Lucia a rimettere il vetro alla cartolibreria. Il maestro Dionigi, che non aveva mai lasciato la scuola, faceva lezione sotto la crepa, con il pezzo di intonaco sulla cattedra come materiale didattico: lunedì geologia, martedì storia dell’architettura, mercoledì educazione civica. Quel mercoledì scrisse alla lavagna una sola frase, e la lasciò lì fino alla fine dell’occupazione: si può essere arrabbiati senza rompere niente, e si può rompere tutto senza essere arrabbiati per niente.

Un romanzo collettivo

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