Eravamo in quattro, e nessuno di noi aveva un’idea precisa di cosa stesse facendo quella notte. A dire il vero nessuno di noi aveva un’idea precisa neanche di cosa stesse facendo di giorno, però di giorno ci sono più scuse, c’è la scuola, il lavoro, i genitori, la luce, la gente. Di notte no. Di notte, se cammini, è perché vuoi camminare, e basta.
E così abbiamo preso i binari dietro le case, che a vederli da lontano sembravano anche romantici, poi quando ci arrivi capisci che no, che non sei a Parigi, sei in un paesino della campagna emiliana dove l’unica cosa che brilla è il riflesso dei fari sulla lamiera delle auto parcheggiate.
Camminavamo in fila indiana, noi quattro, perché le traversine non è che si possano discutere, loro sono lì, una dopo l’altra, e tu ci devi mettere i piedi sopra se non vuoi inciampare, e quindi niente conversazioni affiancate. E al casello abbandonato, quello con le grandi scritte filosofiche tipo “W la gnocca”, abbiamo cambiato strada. Un gesto simbolico, l’idea che cambiando superficie cambi anche la serata. Non funziona quasi mai, ma uno ci prova.
Mentre camminavamo, uno di noi ha parlato. Così, dal niente. Con quel tono lì, che viene a chi l’ha già provato davanti allo specchio e sa che funziona. Ha detto la cosa — quella cosa — quasi sottovoce, che se non stavi attento nemmeno la sentivi. Senza preamboli, senza fronzoli, senza nemmeno un “ragazzi, ho da dirvi una cosa”, niente. A sentirlo così sembrava che avesse perso l’abbonamento dell’autobus, non che stesse dicendo che era gay.
Noi non abbiamo detto niente.
Niente di intelligente almeno.
Ma non perché fossimo sconvolti, anzi. Era una di quelle verità che tutti sanno e che nessuno dice, non per cattiveria, per educazione, per pigrizia. Una verità che gira nell’aria come un post-it attaccato male: prima o poi cade, e quando cade fai “ah, sì”, e la raccogli. Quando viene detta fa un rumore piccolissimo, quel clic da lampadina che si accende e allora capisci che la corrente, tutto sommato, passa.
Quando siamo arrivati alle giostre vicino alla chiesa ci siamo seduti.
Da un lato c’era il campanile, che ci guardava con quell’aria severa, come se lui avesse visto generazioni intere sbagliare tutto e noi fossimo solo gli ultimi della lista.
Dall’altro il santuario, che sembrava dire: “Beh? Se dovete confessare, fate presto”.
E la giostra, lì, tutta ferma, che sembrava un sollievo anche lei, che almeno lei non girava.
Per un po’ nessuno parlava. Era quel silenzio strano che viene quando ti rendi conto che una porta, che tu hai tirato per mesi, era da spingere. E allora ti senti anche un po’ scemo però anche un po’ sollevato.
E a un certo punto, non so come, le cose sembravano più semplici. Quasi banali. Come tutte le verità che fanno paura prima di essere dette e poi diventano innocue.
Uno di noi ha detto che forse era meglio così, almeno non si doveva più far finta di niente.
Un altro ha detto che non sapeva se fosse meglio o peggio, era così e basta.
L’ultimo dei quattro, cioè io, ho annuito con quella professionalità di chi non sa cosa dire ma vuole far vedere che partecipa, come certi consiglieri comunali quando votano su cose che non hanno capito. L’unica cosa che è uscita dalla mia bocca è stata: “E allora?”.
E allora niente, siamo rimasti lì, seduti sulle giostre, a guardare il buio che scendeva sul santuario di San Geminiano come un sipario che cala su una scena che non ha bisogno di applausi. A fumare una sigaretta una dopo l’altra. A sentirci vivi in quel modo strano, leggero, che capita solo certe notti, quando dentro si muove qualcosa, un millimetro, non di più, e la notte sembra dirti piano che sì, che va tutto bene. O almeno abbastanza bene da rimanere ancora un po’ lì, senza voler andare da nessun altra parte.




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