Eccomi in tenda. Cinquantre anni e sono in tenda da qualche parte sulle Alpi vodesi, pensai. Dicono, “avvicina alla natura”. Sciocchezze. Avvicina piuttosto alla puzza dei calzini dopo 4 ore di randonnée, al materassino che decide sempre di sgonfiarsi nel cuore della notte mentre tu ti chiedi se un sasso infilato sotto la scapola possa uccidere. E in testa ti rimane una certezza, una sola certezza, fissa come le pecore che non sei riuscito contare prima di dormire: mentre tu sudi come un detenuto in cella, altrove qualcuno si rigira tra lenzuola fresche con il lusso dell’aria condizionata.
Alla fine mi alzai, si fa per dire, in tenda è impossibile persino immaginarlo. Affamato, irritato e con la sensazione – non nuova – di aver scelto il posto sbagliato per passare il tempo che mi resta.
Aprii la tenda con lo stesso entusiasmo di chi scarta una bolletta. Gli alberi immobili, il silenzio gonfio, l’aria che odorava di resina in modo insolitamente forte: dovevo svuotare la vescica. Decisi allora di scendere per il sentiero mugugnando contro la gravità. Fu allora che i miei piedi si inzupparono completamente. All’inizio pensai a una pozza lasciata dalla pioggia notturna. Poi mi accorsi che non c’erano state nuvole, né pioggia. Eppure l’acqua saliva tra i sassi, lenta, come una biscia.
Mi voltai. Il bosco non c’era più, o meglio: era diventato un riflesso, una sagoma d’alberi, impossibile da mettere a fuoco. Ogni passo era più incerto, come muoversi dentro un’allucinazione. E quando, finalmente, lo sguardo si alzò oltre il tronco più vicino, vidi qualcosa a cui non potevo credere. O qualche buontempone di Dio aveva deciso di spostare nottetempo un lago sul sentiero che avevo percorso il giorno prima, o sempre lui aveva lasciato il rubinetto dell’Universo aperto durante la notte e si era allagato il mondo intero. Davanti, oltre le frasche degli ultimi alberi era svanito tutto sotto una superficie liscia. Solo le cime, qua e là, resistevano come denti neri in una bocca d’acqua.
E in quell’istante, mentre il gelo mi saliva dalle caviglie, udii un rumore: un remare lento, ritmico, da qualche parte. Poi scomparve così come era arrivato.
Per non so quanto tempo rimasi in uno stato di confusione totale. Forse stavo ancora sognando mentre imprecavo contro l’idea malsana di aver voluto fare quella passeggiata in solitaria. Ma ogni volta che scendevo a controllare quello che avevo visto poco prima, mi accorgevo che il livello dell’acqua continuava ad alzarsi lentamente. Non so quante volte ho fatto lo stesso percorso, dalla tenda fino a quel sentiero poche decine di metri più in basso. E non so quanto tempo fosse passato, forse ore, forse giorni. Mi sentivo come un matto che gira in tondo nella cella e si sofferma sempre allo stesso punto. Intanto il cibo che avevo preso con me era quasi finito.
Ero partito per una passeggiata sulle Alpi vodesi, e ora mi ritrovavo su un’isola nel bel mezzo di un oceano che aveva presumibilmente sommerso tre quarti del mondo. Era l’unica conclusione a cui potevo giungere, ma era una conclusione assurda. Come era possibile? E in una notte soltanto senza che mi accorgessi di nulla. Persino quel buontempone ci aveva messo sette giorni per crearlo, il mondo. E ora?




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