«Vorrei un uomo che combatte per la sua famiglia!» mi aveva detto un giorno, durante uno degli ultimi litigi. E fu lì — lo ricordo come si ricordano le crepe quando ormai attraversano tutta la parete — che qualcosa nella mia testa si spezzò senza più tornare a posto.
Era stata la frase di troppo. O forse quella giusta, talmente esatta da riassumere in poche parole tutto il nostro disgusto l’uno per l’altra. In quelle sillabe c’era già la fine: l’insofferenza che covavamo da tempo, il disagio di starci addosso quando ormai ciascuno dei due aveva imparato a respirare soltanto per sé.
«Ma cos’è questa storia del combattere?» le avevo risposto. «Non siamo in guerra. Non ho un’armatura, non ho un fronte da difendere. E poi cosa significa, esattamente? L’uomo che combatte… e tu, allora, dove staresti? In cucina? A fare figli? A reggere la casa mentre io torno ferito la sera? È un’immagine miserabile, lasciatelo dire, e tu lo sai.»
Singhiozzavo dicendole queste parole, perché in quella discussione ci si era ormai infilato di tutto: i malintesi antichi, i rancori, le verità dette a metà. Ma poi avevo aggiunto: «Sei proprio tu a rivendicare — giustamente — un altro ruolo per te. Un altro spazio, un’altra voce. E allora io perché dovrei restare inchiodato al posto che la storia ha assegnato agli uomini? Perché dovrei combattere una guerra che non ho scelto? Io ho scelto di non combattere! Anzi, a dirla tutta: sono stanco di combattere.»
Avevo pronunciato la seconda frase di troppo. La riconobbi subito: di quelle che restano negli annali, pronte per essere ripescate quando serve un capo d’accusa. E infatti lei non ci mise nemmeno mezzo secondo a raccoglierla. «Ah, ecco il problema» disse, con quella voce piatta che non lasciava repliche. «Sei stanco di me.»
Ancora una volta avevo preso una frase – la sua – e l’avevo proiettata nel grande teatro della storia, come facevo sempre: trasformare un dettaglio in teoria, un litigio in questione ontologica. E ancora una volta lei stava facendo esattamente l’inverso con la mia, applicandola a noi due soltanto, con la precisione spietata non di una legge universale ma di un verdetto definitivo. Forse per questo quelle parole continuavano a rotearmi in testa come un bersaglio al luna park dei pensieri, mentre io cercavo disperatamente di puntare il fucile per colpire l’unico palloncino rimasto. Io, che avevo appena dichiarato di non voler combattere, mi ritrovavo idealmente: davanti a un bersaglio, a un palloncino e con un fucile ad aria compressa in mano.
Mi sembrava di aver attraversato secoli in un lampo per ritrovarmi sempre allo stesso punto. A cosa faceva riferimento? Stanca di lei? Non avevo dimostrato abbastanza quanto l’amavo? Non si combatteva forse ogni giorno, in un modo o nell’altro, per portare a casa il necessario? Il giovane cacciatore in realtà si era trasformato in un adulto acquirente compulsivo, in un esperto frequentatore di supermercati e negozi di attrezzi, che ogni sera portava a casa la preda in sacchetti della spesa già catturata, preparata e congelata; che faceva la lavatrice, la lavastoviglie, stendeva e accompagnava i figli alle competizioni sportive. Ero davvero stanco di lei? E se dovevo combattere perché mi amasse, quale guerra mi toccava in sorte e con quali armi?
«Non ne posso più di vederti sempre così stanco, o a fumare, a scrivere, o al lavoro» aggiunse a un certo punto con quel disprezzo che si riserva solo a chi si vuole ferire. La cosa non era vera nei fatti, ma lo era nella sua percezione, e forse questo bastava. Ma allora che tipo di guerriero voleva al suo fianco? Uno con lo scudo e la balestra, pronto in ogni istante a sconfiggere il drago e salvare la principessa? O un cavaliere medievale parcheggiato nel nostro salotto, che tra una battaglia e l’altra svuota la lavastoviglie?
Eppure, mentre parlavo, capivo che non era di questo che discutevamo. Non della spesa, non del cacciatore né dell’uomo primitivo con la lancia. Quella frase — combattere per la famiglia — era un modo storto per chiedermi altro. Forse di esserci. O di esserci diversamente. Ma quando le parole escono così, sbilenche, non fanno chiarezza: feriscono soltanto. E le ferite sanguinano.
Lei, in quel momento, aveva già quella postura che poi ho imparato a riconoscere nelle persone che stanno per andarsene: le spalle un po’ rigide, lo sguardo che scivola, come se stesse provando la scena in anticipo, la vita dopo di noi. Io invece ero ancora pieno della vita di prima, di quella che avevamo condiviso; mi muovevo come chi sta tentando di rimettere un pezzo al suo posto, anche se sa in quel posto non ci entrerà più.
Mi tornavano in mente tutte le volte in cui avevamo parlato di futuro, quando la parola “noi” ci sembrava larga abbastanza da contenerci entrambi. Adesso invece era stretta, ci pizzicava da ogni parte. Ci innervosiva. Forse eravamo cresciuti storti, come quelle parole che fanno male. O forse eravamo rimasti esattamente quelli che eravamo, e il tempo aveva solo incrociato un semaforo rosso.
«Combattere…» ripetei tra me, come si mastica una parola per capirne il sapore. Forse lei voleva dire proteggere. O voleva dire prendere posizione. O magari voleva soltanto che mi accorgessi di lei, del suo senso di precarietà, del fatto che qualcosa stava scricchiolando anche nella sua testa e che non sapeva come dirmelo.
Ma a quel punto eravamo già entrati nella fase in cui ogni cosa detta veniva interpretata nel modo peggiore. Dove il minimo accenno diventava un’accusa, un gesto qualunque una prova. Le coppie non finiscono quando non si amano più: finiscono quando cominciano a leggere tutto al contrario.
«Ma da cosa dovrei difenderti?» avrei voluto chiederle. «Da chi?» Ma la domanda mi rimase in gola, come una chiave che non entra più nella serratura.
Il punto è che io non mi ero mai sentito un combattente. Non lo ero da bambino, quando evitavo le risse nel cortile; non lo ero da adulto, quando scansavo i conflitti al lavoro; e non lo ero con lei. Avevo sempre pensato che costruire fosse più difficile — e più nobile — che combattere. Che restare fosse più coraggioso che alzare muri. Che la pace non fosse solo un’assenza di guerra, ma un mestiere, uno dei più faticosi.
E invece, quella sera, mi trovai a chiedermi se non avessi sbagliato tutto. Se in quella mia inclinazione alla tregua non ci fosse una forma di vile pigrizia. Se davvero lei avesse visto in me un uomo che non sapeva agire, scegliere, proteggere. O se fosse solo stanca di parlare a un muro che rispondeva troppo piano.
Mentre ci rimbalzavamo addosso le nostre incomprensioni, ebbi l’impressione — nitida, quasi fisica — che stessimo spingendo contro porte diverse. Io ne aprivo una, lei un’altra. E dietro nessuna delle due c’era la stanza in cui ci saremmo ritrovati.
Forse è lì che tutto si è deciso, anche se ci sarebbero voluti mesi per ammetterlo.




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